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NON TANTI, MA SANTI

Terza domenica anno A 2023 (Matteo 4, 12-23)

“Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”

“Dio ha bisogno degli uomini”

Si narra che un tempo, sull’isola di Sein, battuta dalle tempeste dell’Atlantico – al largo della costa della Bretagna (Francia) –, abitassero persone selvagge e primitive, incuranti delle leggi morali pur aderendo formalmente ai riti e ai culti del Cristianesimo. Il parroco considerava pagana quella popolazione oltre che peccatrice. Non sopportando di vivere assieme a essa, lasciò l’isola affidando la chiesa al suo analfabeta sagrestano. A lui gli isolani chiesero di sostituirsi al prete e di celebrare le cerimonie religiose.

Questo povero uomo cedette, vedendo che gli abitanti dell’isola avevano bisogno di un rapporto costante con il sacro, con Dio. Per confortare i più disperati, arrivava al punto di dare l’assoluzione dai peccati. Quando dalla terraferma arrivò sull’isola un prete, si scandalizzò di questo comportamento che era bene accettato da tutta la gente. Il conflitto tra il nuovo prete e il popolo dell’isola scoppiò quando il sacerdote si rifiutò di celebrare il funerale di un suicida. Fu il sagrestano a compiere il rito funebre e poi a convincere i fedeli a ritornare alla vera Chiesa. Quale fu la convinzione che spinse il sacrista ad andare oltre la legge e farsi interprete della misericordia del Signore? L’intuizione che “Dio ha bisogno degli uomini” (film di Jean Delannoy).

Commentiamo brevemente questo episodio dicendo che, per salvare il mondo, Dio Padre non ha scelto gli angeli. Ha mandato sulla terra suo Figlio perché si facesse in tutto simile a noi, eccetto il peccato. E Cristo, per continuare la suo opera di redenzione dell’umanità, ha scelto gente semplice e peccatrice, che non ha capito subito il compito a essa affidato. Sarà lo Spirito Santo a dare agli apostoli la forza di ribaltare la propria vita e a infondere in loro il coraggio di testimoniare la propria fede fino al martirio.

“Dio ha bisogno degli uomini”. Gesù, che dirà: “Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra” (Matteo 23,9), si rivolgeva a Giuseppe chiamandolo “papà – abba”. L’Onnipotente, l’Assoluto, l’Eterno ha abbracciato la nostra umanità, ha voluto aver bisogno della tenerezza di una Mamma, delle braccia forti di un padre, della presenza degli amici. Ai discepoli dirà: “Non vi chiamo più servi, […] ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Giovanni 15,15).

Cristo ha scelto Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, ci dice il Vangelo odierno. Non ha fornito spiegazioni, ma si è rivolto loro con un’esortazione: “Venite e vedrete” (Giovanni 1,39). Li ha educati non con tante parole, ma, ci dice San Marco: “Ne costituì Dodici […] perché stessero con Lui” (Marco 3,14).

Dagli apostoli, dai sacerdoti del passato, passiamo a considerare l’identità del sacerdote oggi. Sublime la sua originaria scelta di essere un dono per tutti, la sua consacrazione alla felicità umana, la sua determinazione a essere l’uomo di tutti e per tutti ministro di pace – plenipotenziario del Principe della pace –, la sua coscienza che farsi sacerdote “non significa mettersi una divisa fuori, ma un tormento dentro” (F. Boy), accettando di diventare “il ministro della pazienza di Dio” (B. Marshall), disposto a essere “il più amato e il più odiato degli uomini, il più incarnato e il più trascendente, il fratello più vicino e l’unico avversario” (E. Suhard). E la sua grandezza consiste nel “lusso di poter amare tutti” (Teilhard de Chardin). È un uomo che rinuncia a fare l’amore per essere amore, ministro di un Dio che si definisce Amore.

Quale può essere il tormento di un sacerdote oggi? Forse quello di non essere santo e di essere lui stesso lontano dall’ideale che propone agli altri. Il tormento di vedere le chiese sempre più vuote… svuotate sia dal secolarismo, sia dal fatto che troppi cristiani non hanno ancora compreso a fondo il mistero dell’Eucaristia. Il tormento di sapere che nel mondo esistono cinque miliardi di persone che non hanno ancora sentito parlare di Cristo. Il tormento di essere circondato da pochi laici che, spesso, sono più “clericali” dei preti. Il tormento di non poter esercitare pienamente il ministero sacerdotale, perché assillato da richieste di interventi che dovrebbero essere di competenza dei laici o dei diaconi permanenti. Il tormento di celebrare Confessioni – per quei pochi che ancora si accostano al sacramento della Riconciliazione – che non rispecchiano l’ideale proposto anche dal Vaticano II: “Confessione di lode, confessione della propria vita, confessione di fede”…

Per cercare di porre un rimedio a questa situazione, i sacerdoti dovrebberocircondarsi di persone valide; ascoltare i laici: non gli “yes-man”, ma coloro che sanno essere voce critica, illuminata dall’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI; non essere autoreferenziali, come continua a ripetere papa Francesco, ma diventare una Chiesa che si metta in cammino verso la verità: una Chiesa sinodale.

“Stare con Cristo”

Potremo cercare di raggiungere questo ideale scegliendo di “stare con Gesù” per approfondire la sua conoscenza, familiarizzare con la sua persona, amare la sua parola: i Vangeli. Ciò implica la capacità di scandire il proprio tempo con una costante preghiera, desiderare il silenzio, farsi aiutare nel discernimento della propria vocazione, studiare – e molto – perché una mezza scienza è pericolosa e allontana dal clero quanti si aspettano dall’uomo di Dio accoglienza, ascolto e coinvolgimento nel sacro. Si aspettano liturgie che non siano rappresentazioni, ma attualizzazioni del Mistero. Non un ricordo, ma un memoriale della morte e risurrezione del Signore.

Spesso mi viene chiesto se il sacerdote abbia ancora una rilevanza nella società di oggi.Ovunque sperimento che soprattutto i giovani avvertono la nostalgia di Dio. E se un uomo di Dio è disposto all’ascolto e al dialogo, la gente non guarda all’orologio quando parla con lui. Egli può riaccendere la nostalgia dell’Eterno e tenere viva la speranza.

A tutti noi ora è richiesto di pregare molto, sia per le vocazioni al sacerdozio, sia per la formazione permanente dei sacerdoti. Non è una tragedia se questi ora sono diminuiti di numero. Lo Spirito Santo ancora guida la Chiesa e la diminuzione del clero può essere provvidenziale, per dare ai laici maggiori spazi e occasioni d’intervento. Il mondo non ha bisogno di tanti sacerdoti. Non tanti, ma santi. Capaci – come suggerisce San Paolo – di essere collaboratori della gioia dei fedeli.

                                                                            Valentino Salvoldi

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