“Guai a voi, ricchi”

Domenica XXVI C

Luca 16,19-31

“Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!                                                                           Andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti”.

“(Amos 6,1.7)

“Cercatemi e vivrete”

Così si esprime il profeta Amos nella prima lettura, scelta per giustificare la requisitoria di Gesù contro i ricchi, nei Vangeli che stiamo meditando in queste domeniche.

Amos è nato in un villaggio non lontano da Betlemme. Ha adempiuto alla sua missione profetica nell’VIII secolo a.C. Contadino, profeta e scrittore, ebbe il merito di gridare contro un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità. Ha denunciato il comportamento di chi praticava la prostituzione sacra. Si è scagliato contro i ricchi che vendevano i poveri per un paio di sandali. Semplice, rude e schietto, denunciava le ingiustizie con la forza della parola profetica che da lui erompeva implacabile e terribile.

E tutto ciò in un tempo in cui la prosperità cresceva nel regno di Israele. Nella prosperità – dicono i Salmi – l’uomo diviene come una bestia, pensa solo a se stesso: più accumula, più è insoddisfatto e vorrebbe mettere da parte innumerevoli beni materiali. E con le ricchezze si moltiplicano le preoccupazioni, gli affanni e la scontentezza: più nulla gli basta.

Amos, semplice contadino e mandriano, chiamato improvvisamente dal Signore mentre custodiva il gregge, a causa del suo inveire contro i costumi del tempo si procurò molte inimicizie e fu espulso dalla città di Betel. Mentre prendeva la strada dell’esilio gridò al sacerdote Amazia: “Ebbene, dice il Signore: ‘Tua moglie diventerà una prostituta nella città, i tuoi figli e le tue figlie cadranno di spada, la tua terra sarà divisa con la corda in più proprietà; tu morirai in terra impura e Israele sarà deportato in esilio lontano dalla sua terra’” (Amos 7,17). Al popolo rivolgeva questa supplica a nome di Dio: “Cercatemi e vivrete”. La sua gente non l’ascoltava, per cui inevitabili erano le profezie di sventura che presto si avverarono:  gli Assiri abbatteranno il regno del Nord e il popolo sarà deportato in Mesopotamia.

Il ricco epulone

Familiare con le Scritture e basandosi sul messaggio profetico, Gesù non esita a mostrare come la ricchezza diventi facilmente immonda e schiavizzante e sia la causa di invidia, tensioni e guerre. Davanti al ricco si copre il volto gridando: “Uhai!” (da noi tradotto con “Guai!”). “Uhai!” è il lamento funebre che si fa davanti alla vedova che porta alla sepoltura il suo figlio unico. Con quell’“Uhai!” Gesù esprime il massimo dei dolori morali che i ricchi suscitano in Lui. E poiché Egli non ha la pretesa di convertire i ricchi, perché sono incapaci di ascoltare e sono presuntuosi, si rivolge ai poveri ammaestrandoli con le parabole.

Parla del ricco stolto che accumula beni materiali e al quale, quando si sente al sicuro per il resto della sua vita, giunge l’ammonimento: “Disgraziato! Questa notte morirai, e allora?…” (cfr Luca 12,20). Bello il commento fatto da papa Francesco a questo brano: “Il sudario” – il lenzuolo funebre – “non ha tasche”, per indicare che non si portano le ricchezze materiali nell’altro mondo.

Poi ecco la parabola del fattore disonesto, con la quale Cristo comunica questo messaggio: il cristiano deve essere scaltro nel fare il bene e deve compierlo subito, assicurandosi la salvezza eterna, anziché essere preoccupato per la preservazione dei suoi beni, qui, su questa terra.

… E arriviamo alla parabola appena letta. Gesù si pronuncia contro i farisei, amici del denaro: vuole ribadire l’idea che non si può avere fiducia contemporaneamente nel Padre e nel denaro: “Nessuno può servire due padroni” (Matteo 6,24). È inconcepibile il connubio della ricchezza con la santità, per cui la parabola si conclude così: muore il ricco epulone (una persona senza nome: nel Vangelo i ricchi non hanno un nome) e va nell’Ade (non all’inferno, ma nello Sheol, una specie di limbo). È escluso dalla vita eterna perché non ha provato compassione per quel mendicante, le cui piaghe erano leccate dai cani. Muore Lazzaro – i poveri hanno un nome, tatuato sulla palma della mano del Signore – e va nel seno di Abramo, cioè gli viene riservato il posto d’onore in Paradiso.

Papa Francesco ha commentato la parabola del ricco epulone, collocandola nel contesto della misericordia, per sottolineare quello che Dio si aspetta da noi. Egli vuole che dimostriamo il nostro amore verso di Lui aiutando gli altri. Ci insegna come alla misericordia che riceviamo da Dio debba corrispondere quella che dimostriamo verso gli altri, particolarmente i poveri e i bisognosi.

La situazione del ricco epulone e del povero Lazzaro si inverte dopo la morte. Il ricco è stato condannato alle pene dell’inferno, non per la sua ricchezza, ma per non essersi commosso e non avere soccorso il povero.

Questa parabola ci insegna che quando difettiamo di misericordia verso gli altri, la misericordia di Dio non può entrare nel nostro cuore chiuso. Il Signore vuole che noi lo amiamo attraverso coloro che incontriamo sul nostro cammino.

Tutti gli esseri umani, ma soprattutto i cristiani, basandosi sul Discorso della montagna, sono invitati a non perdere l’occasione – che si presenta costantemente – di accogliere nel loro spirito e nelle loro case i poveri e i bisognosi, riconoscendo in essi il volto misericordioso di Dio. Se ciò non avverrà, quando busseremo alla porta del Paradiso Gesù sarà obbligato a coprirsi il volto, e a gridare ancora una volta: “Uhai!”. Dovrà ripetere anche a noi la terribile frase rivolta alle vergini stolte: “Non vi conosco” (Matteo 25,12). E gridare di dolore: “Guai a voi, ricchi”.

                                                                        Valentino Salvoldi

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