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“Il giusto per fede vivrà”

XXVII dom. C 2022.

“Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti,
a te alzerò il grido: ‘Violenza!’ e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?” 

(Abacuc 1,2-3)

“Fino a quando, Dio?”

Il grido del profeta Abacuc risuona in tutti gli angoli della terra dove un individuo, confrontandosi con situazioni di dolore e di morte, specialmente di fronte alla sofferenza dell’innocente, grida: “Dove è Dio?”. È una domanda che è risuonata sulla bocca degli ultimi papi che sono stati ad Auschwitz e Dachau. Domanda che mi è stata rivolta da molti seminaristi e sacerdoti in tanti angoli della terra dove ho esercitato il mio ministero. Costante la sfida: “Dove è il tuo Dio?”.

Si pone questa domanda soprattutto chi considera la fede come un atteggiamento puramente intellettuale, come la semplice accettazione di alcune verità. Si chiede dove sia Dio soprattutto chi riduce la fede a un fatto che coinvolge soltanto l’intelletto e non ha incidenza sulla vita. Di fronte alle difficoltà che incontriamo ogni giorno, se una persona non è radicata in Dio è tentata di lamentarsi come Abacuc: “Fino a quando, Dio? Fino a quando?…”.

Di questo profeta, comunque, mi piace l’atteggiamento di fiducia che mostra nel Signore considerato come un amico, al quale si può parlare apertamente e al quale si possono “stringere i panni addosso”, mettendolo alle strette. Un amico con il quale si ingaggia una battaglia, un corpo a corpo, come ha fatto Giacobbe con Dio al guado del fiume Iabbok.

Alla domanda: “Dove è Dio nel momento del dolore?” rispondono le Scritture con due brevi racconti per mostrarci il valore e la forza della fede.

Chi crede riesce a smuovere anche l’albero più profondamente radicato. Chi crede sposta le montagne. Chi crede compie miracoli più grandi di quelli operati da Cristo. A una condizione: che la fede si concretizzi nel servizio ai più bisognosi. Servizio svolto nella gioia da parte di chi riconosce di essere solamente un servo. Non “servo inutile” – nessuno è inutile qui sulla terra – ma “solamente un servo”.

La fede di Abramo

Mentre chi non ha fede di fronte al dolore rischia d’impazzire, chi ha il dono di credere, nella sofferenza – considerata alla luce di Cristo – può raggiungere vette sublimi di santità, mentre cresce grandemente in umanità.

Al credente che prega, di fronte a ogni tipo di dolore non viene tolta la sofferenza, ma ne è rivelato il senso. Aggrappato a Cristo comprende che Egli non è venuto a cancellare il dolore, ma a prenderlo su di sé per trasfigurarlo, per infondervi qualche cosa di divino, per trasformarlo in un trampolino di lancio verso l’eternità, verso il Cielo.

La fede però, già qui in terra, va considerata come l’arte di rendere possibile ciò che – umanamente parlando – è impossibile. L’Antico Testamento ne dà conferma raccontando la storia di Abramo.

Il Patriarca aspetta cento anni prima che si avveri la promessa di Jaweh di donargli un figlio. Dopo l’incontro con la Trinità a Mamre, Abramo sperimenta Dio come seme vivo nel ventre morto della moglie Sara. E quando suo figlio,  Isacco, ha dodici anni, mentre Abramo passa attraverso un luogo in cui i Cananei sacrificano a Dio il primogenito, si chiede che cosa abbia fatto per ringraziare Dio del dono della paternità. Incertezza. Dubbi. Incubi… E il tutto si fa voce nel suo spirito: “Prendi tuo figlio […] e offrilo in olocausto” (Genesi 22,2). In altre parole: “Dammi tuo figlio!”.

Abramo crede e spera contro ogni umana speranza. È disposto al sacrificio totale come obbedienza di fede. Fede che Dio premierà ridandogli Isacco, non solo come figlio della promessa, ma anche come espressione di quella fede che farà di lui, Abramo, il padre degli Ebrei, dei cristiani e dei musulmani.

Una fede che sposta le montagne

“Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: ‘Spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile”, leggiamo in Matteo 17,20. Luca dice: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sradicati e vai a piantarti nel mare ’, ed esso vi obbedirebbe” (17,6). In altre parole, Gesù ci garantisce che è la nostra fede a operare i miracoli. Più volte afferma: “La tua fede ti ha salvato”.

Ed è esplicito il suo insegnamento nel rapporto che ha con la donna cananea che insiste perché il Maestro guarisca sua figlia. La prima risposta di Gesù (Matteo 15,26) risuona come un’offesa: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (i “pagani” per i Giudei erano considerati cani).  La donna non demorde, come se dicesse: “Considerami pure come un cagnolino, ma fa’ il miracolo!”.

Davanti al Figlio di Dio c’è una mamma che, benché affranta dal dolore, ha una fede tale da far cambiare modo di pensare al Maestro. Sul volto della cananea è abbozzata la bellezza della fede che fa breccia nel cuore di Cristo: “‘Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri’. E da quell’istante sua figlia fu guarita (Matteo 15,28). Gesù, in altre parole, le dice: “Donna, sei grande perché hai partorito una figlia. Sei grande perché il dolore ha fatto di te una cattedrale d’inaudita bellezza. Sei grande per il tuo coraggio di infrangere ogni regola, pur di trovare chi guarisca tua figlia. Sei grande perché la tua fede non è un fatto intellettuale, ma permea tutta la tua vita. Sei grande perché di nuovo dai vita alla tua creatura: la tua fede ti rende simile a mia Madre che, credendo, ha fatto sì che l’impossibile diventasse realtà, dando vita alla mia vita”.

                                                          Valentino Salvoldi

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