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Nostra è la gloria della Trinità

“Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”

(Giovanni 16,13)

Nulla è possibile senza lo Spirito Santo

Sappiamo chi è il Padre, e siamo contenti di essere suoi figli. Conosciamo Cristo e siamo orgogliosi di essere suoi fratelli. Ma che dire dello Spirito Santo? Domenica scorsa l’ho presentato come il grande sconosciuto, per cui sono contento di tornare a parlare di Lui, in questa festa della Santissima Trinità.

Fa breccia in Cielo la nostra preghiera quando lo Spirito Santo muove le nostre labbra per lodare il Padre. In questa intuizione, già sottolineata nell’omelia di Pentecoste, è messa bene in evidenza la dimensione trinitaria dell’orazione. Lo Spirito Santo viene in noi, che siamo il Cristo vivente del Terzo Millennio, affinché lodiamo e invochiamo Dio con il nome di Padre: “Abba – Papà”.

La nostra preghiera è fatta propria dal Figlio che, vivendo in noi, ci aiuta a invocare il Padre, con le parole insegnate da Cristo. Benché peccatori, siamo ascoltati perché Gesù prega in noi, con gli stessi “gemiti” dello Spirito. Senza questa dimensione trinitaria si fa fatica a capire la preghiera ed è quasi impossibile vivere pregando.

Pregare è un dono dello Spirito in noi. È un dimorare nella circolazione d’amore delle tre Persone della Trinità. È un proiettarsi nella pienezza della vita. È permettere a Dio di modellare la nostra volontà sulla sua. Ideale troppo arduo? Lo sarebbe per chi pretende di arrivare a questa intimità con il Signore basandosi sulle proprie forze, non accogliendo in sé lo Spirito Santo.

Un cristiano non può accampare la scusa di smettere di pregare perché ha troppe distrazioni o perché si sente un peccatore. Se lo fa, soffoca in lui la voce dello Spirito Santo. Dimostra di essere vittima di una mentalità meritocratica che non ha senso di fronte a Cristo, che ci invita a stare attaccati a Lui perché di Lui abbiamo bisogno. Egli è venuto per i peccatori, non per i giusti. A tutti rivolge l’invito a vivere in intimità con Lui, a nutrirsi del suo corpo e del suo sangue, ad abbandonarsi alle mozioni del suo Spirito.

E le distrazioni? Se si riesce ad allontanarle, tanto meglio; diversamente vale la pena offrire pure esse al Padre e farle diventare preghiera. Questa consiste, sostanzialmente, nel desiderio di dialogare con Dio, stare vicini a Lui, “rimanere nel suo amore”, indipendentemente da quello che diciamo. Due innamorati non sono tanto interessati a discutere, quanto a stare assieme.

E nello Spirito gridiamo: “Abba”

Pregare è sperimentare la gioia di essere in contatto con il Signore, di parlargli “come un amico parla all’amico” (cfr Esodo 33,11) o come il Figlio parla con il Padre. Pure Gesù, quando ci ha insegnato il Padre nostro, probabilmente era cosciente che la parola più importante di questa preghiera è la prima. Quando si dice “Abba”, è già detto tutto.

Pregare è inserirsi nella comunione, nell’intimità d’amore tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che così ci indicano la strada della vera vita additandoci l’ideale: “Amare la giustizia, amare teneramente e camminare umilmente con il Signore” (cfr Michea 6,8).

Pregare implica il coraggio di stare davanti a Dio e ardire d’invocare il Signore senza stancarsi, senza sentirsi schiacciati dal proprio peccato. Anzi il riconoscimento del limite commuove Dio: “Quando il tuo cuore t’accusa di peccato, sappi che il Signore è più grande del tuo cuore”. Ed è San Giovanni (cfr 1Giovanni 3,12) a garantirci questa verità; lui, il discepolo che Gesù amava.

Pregare, secondo la Bibbia, è cercare un rapporto personale e individuale con Dio. Un Dio-persona, chiamato “Papà”: questo è quanto caratterizza la preghiera cristiana. Il nostro Dio non è un’astratta entità spirituale. Non è un generico tutto al quale si arriva attraverso la scoperta del proprio nulla, facendo il vuoto dentro di sé. Noi ci rivolgiamo a una Persona che ci consente di far emergere la nostra unicità e al tempo stesso ci identifica con una comunità, con un corpo mistico: con la Chiesa, popolo santo di Dio che canta le lodi all’Altissimo, celebra l’Eucaristia, vive sperimentando la Trinità come il Dio Amante, Amato e Amore.

“Lo Spirito ci guida a tutta la verità”

Il Vangelo odierno ci garantisce che non saremo mai soli, perché Cristo, presente con noi fino alla fine dei secoli, ci dona il suo Spirito. Questi ci fa capire chi siamo, ci aiuta ad amare, “ci guida alla verità tutta intera” (cfr Giovanni 16,13). Verità riguardo a noi stessi: chi siamo? Da dove veniamo e verso dove siamo diretti? Che senso ha la nostra vita? La Trinità beata è al centro della nostra esistenza?

Sono tutte questioni vitali: se non le affrontiamo, ne va delle nostre ali…

E perché queste domande diventino vita della nostra vita, torno a insistere sulla preghiera, mostrandone altri tre volti:

Pregare è ascoltare quanto il Signore ci vuole dire sia nel “libro” del creato, sia nella Parola rivelata. Nel creato, firma silenziosa dell’umiltà di Dio. Nella Rivelazione, Parola affascinante e tremenda. Affascinante perché è un tesoro dal quale traiamo cose antiche e sempre nuove. Tremenda perché è molto esigente e richiede uno studio continuo. Una continua meditazione. Una costante e sincera verifica della nostra vita, per comprendere quanto la Parola sia incarnata nella nostra quotidianità.

Pregare è percepire Dio quale senso e fine della nostra vita e quindi provare il piacere di sentirlo vicino, parlare per il gusto di parlare, chiedergli qualsiasi cosa ci capiti per la mente, grati di sapere che Egli risponderà dandoci lo Spirito Santo, l’Amore: questo basti a riempire la nostra vita. Quindi ricompensa della preghiera non è qualche cosa, ma Qualcuno: Dio stesso.

Pregare, in sintesi, implica prendere coscienza che noi formiamo il corpo di Cristo che, animato dallo Spirito Santo, grida: “Abba, Papà”, lodando e ringraziando la Trinità beata. La preghiera del Figlio, Gesù, diventa la nostra, quale gioiosa risposta al mistero rivelato nel Nuovo Testamento: Dio si è fatto tanto vicino a noi al punto di invitarci a invocarlo con quel nome familiare con il quale lo chiamava Gesù.

E quando abbiamo l’ardire d’invocare così il Maestro, Egli dall’alto del suo Cielo manda lo Spirito Santo su ognuno di noi, mentre il Padre ripete a ciascuno quanto disse a Cristo, nelle acque del Giordano: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Marco 1,11; Luca 3,22; cfr Matteo 3,17).

                                                                          Valentino Salvoldi

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