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“Voi stessi date loro da magiare”

Il sacerdote: cuoco di Dio

Mi trovavo a Karachi, come insegnante nell’unico seminario nazionale del Pakistan, dove i cattolici sono lo 0,5 % della popolazione. Fui chiamato a predicare gli esercizi spirituali a Lahore, al confine con l’India, e accettai l’invito, anche perché mi dissero che avrei potuto vedere Madre Teresa di Calcutta. Era il giovedì santo del 1985 il giorno in cui incontrai la santa suora. Era ripiegata su se stessa, con gli occhi chiusi, tutta concentrata nello sgranare il rosario, con quelle gracilissime mani e con un viso scavato dalle fatiche nel soccorrere quanti morivano di stenti e di fame. Quando le misi la mano sulla spalla e la chiamai per nome, mi guardò e, visto che ero vestito da prete, mi prese la mano e me la baciò dicendo: “Padre, oggi è la tua festa: è il giorno dell’istituzione del sacerdozio e dell’Eucaristia”. Volevo parlare della sua fede e ricevere da lei la forza di continuare a lavorare in Africa, in un periodo in cui sentivo come mia la fame di tanti bambini e mi sembrava che Dio non rispondesse al grido di tornare a sfamare le folle, come aveva fatto Cristo, moltiplicando pani e pesci. Madre Teresa, prima di rivelarmi il segreto della sua forza nell’aiutare i più bisognosi, mi disse: “Voi, sacerdoti, siete i cuochi di Dio”.  Immagine molto plastica: sull’altare noi impastiamo un pane che nutre la fame spirituale, la fame di significato da dare alla vita, la fame di Dio. Noi, con quel pane, scriviamo quelle parole che danno un senso alla vita: condivisione, donazione e amore.

E la santa suora, poi, parlò di sé in questi termini: “Io sono vecchia. Noi vecchi dormiamo poco. Io mi alzo presto al mattino e sto tre ore davanti al Santissimo e quel Dio che cerco davanti al tabernacolo, lo trovo poi sul volto dei poveri”.

Anche lei aveva dubbi di fede. Anche lei faceva fatica a credere. Ma dall’Eucaristia traeva la forza di ubbidire a Cristo e di farsi dono per tutti. La forza di non fare come gli apostoli che, di fronte alla fame di quanti seguivano il Maestro, lo avevano consigliato di congedare la folla. A quel punto, Gesù aveva detto in modo categorico: “Voi stessi date loro da mangiare”.

Da tre giorni la gente non mangiava e di fronte alla richiesta degli apostoli di invitare la gente ad andare a casa, Gesù fece la sconcertante proposta di compiere un miracolo. Di moltiplicare loro stessi il pane.

Il credente, condividendo i suoi doni, può fare il miracolo di sfamare tutti e… avanzeranno dodici ceste di pane! L’ha detto Lui: “In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi…” (Giovanni 14,12). Tra i miracoli, il più grande è quello di voler bene a tutti, di sfamare tutti, sia con un cibo materiale sia con un nutrimento spirituale. Ripeto: tutti, anche quelli che ci fanno del male.
Questo è un ritornello che papa Francesco non si stanca di ripetere. Ogni volta che gli si presenta un’occasione, grida allo scandalo della fame nel mondo: “Circa un miliardo, un miliardo di persone ancora oggi soffrono la fame. Non possiamo girarci dall’altra parte e far finta che questo non esista. […] Invito tutte le istituzioni del mondo, tutta la Chiesa e ognuno di noi, come una sola famiglia umana, a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado di scuotere il mondo”. Il Papa ha sottolineato la necessità di “agire come una sola famiglia impegnata ad assicurare il cibo per tutti”. Se tutti noi riuscissimo a lavorare sistematicamente per “non sprecare, riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto”.

I vescovi dell’America Latina provocano i fedeli chiedendo loro: “È un miracolo più grande moltiplicare materialmente il pane o convincere la gente a condividere quello che abbiamo?”

Dal pane materiale al pane eucaristico

La moltiplicazione dei pani allude all’Eucaristia:

“Gesù prende il pane”. Non guarda se è tanto o poco. Accoglie quello che è offerto. Ma anche se è poco, vuole tutto quel poco. Come non pensare alle sei idrie d’acqua che i servi portano a Gesù, durante il banchetto di Cana? È solo acqua ciò che essi portano. Ma le idrie sono colme fino all’orlo. Fino all’orlo. Dio vuole tutto di noi.

Leva gli occhi al cielo. Gli occhi di Cristo si incontrano con quelli del Padre. Sguardo d’amore che è comunicazione dello Spirito Santo. Sguardo che è una richiesta d’aiuto, per essere in grado di trasformare la compassione per le folle in autentico dono per esse.

Pronuncia la benedizione. Torna la frase: “Ti benedico, o Padre…”, detta a riguardo della rivelazione di cose grandi a chi è piccolo. La benedizione, quindi, non è data al pane, ma al Padre, quale ringraziamento a Lui, disposto ad aiutarlo sempre.

Spezza i pani e li “dava” ai discepoli perché li distribuissero. Spezza, per sottolineare la condivisione. E “dava”. Marco usa l’imperfetto, a significare che il gesto deve ripetersi, deve continuare. I Dodici devono adottare la stessa logica del Maestro e continuare, anche dopo la sua morte, a istruire le folle, benedire il Padre, spezzare il pane, così che a nessuno manchi il necessario per vivere dignitosamente. A nessuno manchino la grazia e la forza che riceviamo dall’Eucaristia.

Quella goccia che può dare senso a tutta la vita

In questa festa del Corpus Domini lodiamo il Signore che non ci lascia mancare il pane quotidiano e il pane eucaristico. Lo preghiamo affinché dal suo Corpo possiamo ricevere l’aiuto a condividere con tutti quello che siamo e quello che abbiamo. Lo supplichiamo di darci sempre il desiderio di ricevere l’Eucaristia ogni domenica, non perché la meritiamo, ma perché di essa abbiamo bisogno, per vivere bene e per morire in pace. Lo preghiamo, infine, per essere capaci di imitare quel ragazzo che dà a Cristo cinque pani e due pesci. Egli mette nelle mani del Signore tutto quello che ha: si fida, senza calcolare, senza trattenere qualcosa per sé. È poco ma è tutto, è poco ma è tutto ciò che può offrire. È solo una goccia nel mare, ma è quella goccia che può dare senso a tutta la sua vita. Ce lo assicura anche Madre Teresa di Calcutta, invitandoci a prendere le nostre responsabilità: “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”. Anche noi siamo come gocce nell’immenso universo, ma senza di noi a Dio non manca qualche cosa. Gli manca tutto. Lui ora compie miracoli, se noi condividiamo quello che abbiamo e quello che siamo. Allora tutti saranno saziati, anzi, avanzeranno dodici ceste di pane. Niente è troppo poco o troppo piccolo per chi crede nella condivisione e nell’amore.

                                                                 Valentino Salvoldi

2 pensieri riguardo ““Voi stessi date loro da magiare”

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