Nelle tue piaghe nascondimi, Signore!

Seconda domenica di Pasqua 2022

 (Giovanni 20,19-31)

“Mio Signore e mio Dio!”

Nella maggior parte delle tribù africane, se un ragazzo rivolgendosi alla zia non la chiama “mamma”, sicuramente riceve uno schiaffo, assieme alla correzione: “Sono tua madre”. Il cugino di primo grado, inoltre, deve essere rigorosamente chiamato “fratello”. Anche qui, in Italia, quando gli africani incontrano persone della stessa tribù, non esitano a ritenerli “fratelli”.

Nel Vangelo, tante parole hanno un significato simbolico, o diverso da quello che oggi esprimono per noi. È il caso di San Tommaso, che per due volte il quarto Vangelo qualifica come “Didimo”, cioè “gemello”.

Gemello di chi? Di Gesù, naturalmente, tanto i due si assomigliavano forse nel volto, probabilmente nel carattere; inoltre, l’apostolo avrà nutrito senz’altro il desiderio di assomigliare in tutto al Maestro. Gemello-simile a Cristo e… a ciascuno di noi, grandi nei nostri dubbi e nel nostro bisogno di un’esperienza forte, per fare del Maestro il centro della nostra vita e del dubbio un’occasione per approfondire la fede.

Troviamo per la prima volta Tommaso nel brano in cui Gesù dice chiaramente ai discepoli che Lazzaro è morto. L’apostolo afferma categoricamente: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Giovanni 11,16). Rivediamo Tommaso dopo la Risurrezione. Egli non è con gli Undici al primo sorprendente incontro con il Risorto, che entra nel Cenacolo a porte chiuse. Per il discepolo incredulo, Gesù ritorna dopo otto giorni. Soffia sugli apostoli per comunicare lo Spirito: vento impetuoso, sconvolgente silenzio, soffio leggero leggero come quello che porta Elia verso l’Oreb… Spirito comunicato per il perdono dei peccati e per coinvolgere Tommaso nella professione di fede.

L’apostolo aveva precedentemente detto: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi… io non credo.  Cristo si ritrae da chi richiede una prova scientifica per credere; non si rivela a chi lo accosta con una mentalità puramente materialistica, perché la fede si pone a un altro livello. Dimostrare Dio equivarrebbe a renderlo piccolo come il nostro cervello: non si dimostra l’amore, ma solo lo si intuisce e lo si conosce nei suoi effetti. L’Amore però fa anche delle eccezioni: a Tommaso dà un segno, invitandolo a toccare le sue ferite: Non essere incredulo, ma credente!.

L’imperativo sta a indicare che per essere credenti occorre cambiare il proprio atteggiamento nei confronti del soprannaturale: passare cioè dal livello della ricerca di una prova a quello dell’abbandono. Non voler dimostrare, ma affidarsi a Dio, traendo dalla preghiera la forza per vincere l’incredulità dopo aver vissuto – in un momento privilegiato – un’esperienza di fede. Per credere bisogna supplicare Gesù di darci la grazia di diventare suoi “didimi”: suoi gemelli.

Mio Signore e mio Dio!:stupenda espressione di fede, che riassume il credo primitivo nel Cristo, accettato come Signore e come Dio. Un credo che, nella sua semplicità, è fonte di salvezza (cfr. Romani 10,9).

Tommaso – dapprima incredulo – si converte e diventa modello di coloro che, avendo visto, devono testimoniare la Risurrezione. A tutti comunque, specialmente a quanti credono senza vedere, è riservata una particolare benedizione: Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!. Dopo la Risurrezione, la nostra fede non si basa più sulla visione del Risorto, ma sulla testimonianza di persone per le quali Cristo ha pregato nell’Ultima Cena: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola” (Giovanni 17,20).

Mio Signore e mio Dio!

Interessante, intelligente e bella la richiesta di San Tommaso di mettere il suo dito nel posto dei chiodi e la mano nel costato di Cristo. Chi sta là dove il corpo di Gesù sanguina, chi è presente sui vari calvari della terra – pronto a soccorrere quanti sono nel bisogno –, chi tocca con mano che cosa significhi soffrire moralmente e fisicamente riceve il dono di ripetere la sublime espressione di fede: “Mio Signore e mio Dio!”.
Tutti possono vivere un’esperienza di fede, in qualsiasi situazione, ma è innegabile – e i fatti lo dimostrano abbondantemente – che quanti vivono in terra di missione, a contatto con malattie, sofferenza e morte a causa della fame, sviluppano doti e qualità non sempre presenti in chi conduce un’esistenza “normale”, priva di grandi sofferenze e di intensi coinvolgimenti emotivi. Molti cristiani vanno ripetendo che i missionari hanno una marcia in più – nel campo della fede – rispetto a chi non vive la marginalità, non vede il mondo dalle periferie, non mette il dito nel posto dei chiodi.
Cristo – dice l’autore della Lettera agli Ebrei – imparò dal dolore che cosa significhi essere uomo, apprese l’obbedienza, imparò la misericordia. 

Sanati dalle piaghe di Cristo

“Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono, rimangono, perché quelle piaghe sono il segno permanente dell’amore di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà. San Pietro, riprendendo Isaia, scrive ai cristiani: ‘Dalle sue piaghe siete stati guariti’” (papa Francesco, Omelia del 27 aprile 2014).

Oggi, Festa della Divina Misericordia, tutti noi cerchiamo rifugio nelle piaghe del Signore. Vogliamo nasconderci nelle piaghe del Risorto. Piaghe che guariscono. Piaghe che ci spronano a chiedere a Cristo di guardare alle ferite di tanti fratelli che sono in guerra. E coralmente al Risorto chiediamo di dare a ciascuno di noi e all’umanità il dono dello “Shalom”. È la pace che può liberarci dalle nostre paure, come ha sconfitto le incredulità degli apostoli, i dubbi di Tommaso, i timori degli Undici che stavano nascosti nel Cenacolo. Grazie a Dio, con loro c’era la Madonna, che teneva viva la speranza dell’arrivo dello Spirito Santo per aiutarli a ripetere con Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”.

                                                            Valentino Salvoldi

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