“Pietro, mi ami tu?”

Terza domenica di Pasqua 2022

Cristo dona la pace

La prima parola pronunciata dal Risorto è “shalom”, pace intesa come totalità dei beni. Apice dello shalom è Cristo stesso: “Egli infatti è la nostra pace” (Efesini 2,14). Di essa tutti abbiamo bisogno, ma soprattutto i giovani: dopo due anni di isolamento si sentono precipitati in una assurda guerra, che crea in essi angoscia e fa loro perdere la speranza.

A tutti il Risorto augura la pace: non quella che il mondo propone e non sa creare, ma quel dono, quella energia necessaria per riorganizzare la società su parametri diversi da quelli sui quali stiamo costruendo il futuro. Se vogliamo che soprattutto i nostri giovani tornino a sognare, e a lavorare per un mondo migliore, dobbiamo rivedere i nostri “bisogni” e deciderci non ad aumentare le cose, ma i valori per i quali valga la pena di vivere. Abbiamo bisogno di tornare a Dio, affinché Egli veramente sia la nostra pace.

Perché ciò si avveri, come primo passo papa Francesco ci suggerisce quattro cose molto semplici e fattibili: il segno della croce prima di mangiare; un Padre nostro assieme, in famiglia; la lettura e meditazione di qualche riga del Vangelo ogni giorno; la fedeltà alla messa domenicale.

Se torneremo al Signore, se staremo aggrappati a Lui, potremo portare la fede e la pace all’umanità. A questo scopo Cristo ha istituito il sacramento dell’Ordine per offrirci due doni stupendi: il perdono dei peccati e l’Eucaristia. Per comunicarci la sua grazia, il Signore non ha scelto degli angeli, ma uomini deboli e peccatori come siamo tutti noi. Ha scelto gli apostoli, uno più limitato dell’altro. Li ha rafforzati con il dono dello Spirito Santo, dopo essersi manifestato più volte a loro, dopo la sua risurrezione.

Nel Vangelo odierno vediamo che, per illustrare la terza manifestazione del Risorto ai suoi seguaci, l’apostolo Giovanni descrive dapprima la pesca miracolosa, poi passa, nella seconda parte, al messaggio: parla dell’amore di Pietro per Gesù, un amore richiesto e confermato tre volte. Cristo, al discepolo che lo ha rinnegato tre volte, per tre volte chiede un po’ di amore. Mendica amore, per generare amore: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Richiesta che sconvolge Pietro e lo rattrista, ma che gli dà la possibilità di proclamare a Gesù: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti amo”.

Cristo domanda amore, ma per due volte usa un verbo che implica accettazione e condivisione: agàpe, quell’amore che deve essere riservato anche al nemico. Ogni volta Pietro risponde meravigliato: “Non solo ti accetto, ma ti amo” (usa il verbo greco philéo, che implica un amore personale, sentito, sperimentato). La terza volta, anche Gesù ricorre al verbo philéo: “Veramente mi ami? Nutri profondi sentimenti per me?”. E dopo ciascuna dichiarazione d’amore, Cristo conferisce al discepolo una responsabilità pastorale; da ultimo, Gesù invita Pietro a pascere il gregge. Proprio perché ama Cristo, l’apostolo riceve da Lui l’incarico di amare i fratelli e di tenerli uniti nel vincolo dell’amore, stimolandoli a scoprire la bellezza di essere gli uni al servizio degli altri.

Cristo mendica amore dai suoi discepoli

Nell’ultima sera, “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Giovanni 13,1). Gesù ha scelto dodici discepoli “perché stessero con lui” (Marco 3,14). Li ha amati e ha rivelato loro una cosa sconvolgente durante l’Ultima Cena (cfr. Giovanni 17): il Padre ama i discepoli come ama suo Figlio. Gesù ha accanto a sé dodici persone che non hanno capito il suo messaggio e che tra poche ore lo abbandoneranno. Ma proprio a loro manifesta il suo amore. Li ama di un amore “preferenziale” che, nel linguaggio biblico, indica un amore non basato sul merito, ma sul bisogno.

L’Amore è illogico. L’Amore non sceglie i giusti, i perfetti e i santi. Dio sceglie persone limitate che il suo amore fa diventare grandi e alle quali conferisce poteri immensi: “Fate questo in memoria di me” (Luca 22,19; 1Cor 11,24). “Ricevete lo Spirito Santo in remissione dei peccati” (cfr. Giovanni 20,22-23). “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28,19).

Cristo non ha scelto gli angeli

Il sacerdote non è un superuomo, ma… lo rendono sublime la sua originaria scelta di essere un dono per tutti, la sua consacrazione alla felicità umana, la sua rinuncia a fare l’amore per essere amore. Essere ministro di un Dio che si definisce Amore.

A uomini semplici, poveri e limitati Gesù ha dato il potere di perdonare i peccati: essi comprendono il limite di chi si confessa, e fanno festa – come Dio in Cielo – quando alzano la mano per assolvere le colpe. A essi, Cristo ha affidato l’affascinante e tremendo potere di consacrare il pane e il vino e di fare ciò in sua memoria.

Davanti al Santissimo, in adorazione, ringraziamo Gesù che ci perdona sempre e si fa nostro cibo, non perché lo meritiamo, ma perché di Lui abbiamo bisogno. L’amore non si merita, si accoglie.

L’Eucaristia è come la croce: non si spiega, si adora. La capisce solo chi si prostra davanti a essa. Si comprende solo ciò che si ama.

In conclusione: abbiamo parlato della pace come “shalom”, affermando che è Cristo la nostra pace. Egli genera in noi amore, mendicando amore. Ha istituito il sacerdozio per garantirci il perdono dei peccati e stare con noi nel sacramento dell’Eucaristia. Riconciliazione e messa: sono questi i doni del Risorto per creare in noi la pace. E quando essa alberga nel nostro spirito, noi possiamo portarla in famiglia, nelle nostre città nel mondo. Possiamo passare in mezzo alla gente facendo del bene, mentre le nostre labbra vanno sussurrando: “Signore, tu sai tutto. Tu sai che io ti amo”.

                                                                               Valentino Salvoldi

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