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CORPO NON DISTRUTTO, MA ESALTATO

XXXIII dom. C 2022

“Non sarà lasciata pietra su pietra”

(Luca 21,6)

Possedere la vita con pazienza

Si viene al mondo belli nel progetto di Dio, ma subito appesantiti da tanti limiti di questa umanità. Cristo ci offre i mezzi per una vita bella (o, come la chiama Lui, una vita “in abbondanza”). E con il discorso apparentemente catastrofico con cui annuncia la distruzione di Gerusalemme e le persecuzioni riservate ai suoi discepoli (cfr Luca 21) ci vuole stimolare a non buttarci via, a operare sempre il bene, ad allenarci per quell’attimo finale dal quale dipende l’eternità: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita” (Luca 21,19).

Esige da noi un agire caratterizzato da perseveranza e pazienza – intendendo per “pazienza” la virtù di chi sa “patire bene”, in modo fecondo –, valutando ciò che è necessario per la nostra salvezza, per la nostra vita tanto materiale quanto spirituale. Ci mette in guardia dall’attaccamento ai beni caduchi di questa terra, e anche alle persone, se abbiamo l’aspettativa di trovare in esse un totale appagamento al nostro bisogno d’amore: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Geremia 17,5). Non teme di dichiararsi “un Dio geloso” (Esodo 20,5), vale a dire, che vuole essere al primo posto nella nostra vita; diversamente ci vomita (cfr Apocalisse 3,16) e ci accusa d’essere “adulteri”, termine che la Bibbia riserva a chi pone Dio al secondo posto nella scala dei valori.

Cristo mette in guardia gli apostoli che contemplano, meravigliati, le bellezze del tempio di Gerusalemme: tutto sarà distrutto, non rimarrà pietra su pietra, ci saranno persecuzioni, odio, violenze all’interno della stessa casa. Tutto passerà, ogni cosa sarà sconvolta. Troverà ancora la fede sulla terra, Gesù, al suo ritorno?… Suo scopo non è raccontare la fine del mondo, ma il fine di questa umanità: si distrugge la dimora di questo esilio terreno e si esalta il corpo celeste-spirituale-immortale. Si dà un significato al mistero della vita. Quando apparentemente tutto finisce, è il momento in cui tutto inizia: “Alza­te il capo, perché la vostra liberazio­ne è vicina” (Luca 21,28).

I profeti di sventura parlano di morte in tutti gli angoli della terra. L’uomo di fede, al versante oscuro della violenza, contrappone il volto luminoso della misericordia in virtù della quale Dio ci salverà, anche solo per la presenza di un giusto sulla terra. Il credente affronta la lotta contro il male fidandosi dell’invito alla perseveranza rivolto dal Maestro. L’invito a seguire la follia evangelica, fare proprie le Beatitudini, pregare per avere la forza di perseverare fino alla fine. L’invito a credere che il mondo è saldo nelle mani di Dio. Sarà distrutto il tempio di Gerusalemme, ma non il tempio rappresentato da ogni essere umano: il nostro corpo, tabernacolo dello Spirito d’Amore.

“Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”

Nel prospettare quanto capiterà a chi decide di mettersi sulle sue orme, Cristo sprona ad avere coraggio quale virtù indispensabile per affrontare il suo “linguaggio duro” (cfr Giovanni 6), per osare cose nuove, per cambiare la realtà in modo radicale, evitando l’atteggiamento di chi modifica qualche cosa a livello superficiale per lasciare quasi tutto come prima o peggio di prima. Al coraggio, poi, vanno aggiunte tre virtù: parresia, prudenza e pazienza.

Parresia: ricorso a un linguaggio franco; ferma volontà di dire sempre la verità senza adoperare mezzi termini, senza paura di turbare, disturbare e sconvolgere l’esistenza di quanti sono adagiati in un quieto vivere, ripiegati su se stessi, autoreferenziali.

Prudenza: virtù che non indica la necessità di procedere lentamente e non rischiare, bensì – come dice il termine greco corrispondente, “dokimazein” – la capacità di scegliere il meglio di ogni situazione, compresa la possibilità di affrontare il martirio, se richiesto. È l’abilità, la facilità a discernere i mezzi adeguati per compiere il bene, a formulare il giudizio di coscienza sul bene da compiere e sul male da evitare.

Pazienza: in senso etimologico significa capacità di soffrire, in vista di un bene comune, rispettando la lentezza di tante persone incapaci di capire, discernere e leggere “i segni dei tempi”. Accettare, quindi, di essere perseguitati, perché proprio questa è la fine del profeta, vale a dire, di colui che parla chiaro: parla guardando in faccia il suo oppositore, non sussurra dietro le spalle, ma testimonia la verità, pronto a morire per essa.

Con l’umorismo di Tommaso Moro

Icona del credente che affronta con serenità le persecuzioni, le sventure, la distruzione di ogni realtà e la morte stessa è San Tommaso Moro, Lord Cancelliere d’Inghilterra, umanista, scrittore e politico. Ha vinto otto Oscar il bellissimo film che narra la sua vita: Un uomo per tutte le stagioni di Fred Zinnemann. Racconta la vita del grande statista, animato da una incrollabile fede. Amante della vita, ma più ancora del suo Dio, dell’insegnamento morale basato sul rispetto della coscienza, del timor di Dio, della certezza della risurrezione. È condannato alla ghigliottina per non aver assecondato la richiesta di divorzio del re Enrico VIII e perciò giudicato un traditore. Sale il patibolo serenamente; dà una moneta d’oro al boia, invitandolo a fare attenzione al suo collo che è corto e… a salvare la sua barba, perché: “Almeno questa non ha tradito il re!”.

Il cristiano avrebbe tutto da guadagnare se dal santo cancelliere inglese imparasse quell’umorismo che lo fa pregare con queste parole:

“Signore,

dammi una buona digestione

e naturalmente anche qualcosa da digerire.

Donami la salute del corpo

e il buon umore necessario per mantenerla.

Donami, Signore, un’anima semplice

che sappia far tesoro

di tutto ciò ch’è buono e puro,

e non si spaventi alla vista del male,

ma piuttosto trovi sempre il modo

di rimettere le cose a posto.

Dammi un’anima che non conosca la noia,

i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,

e non permettere

che mi crucci eccessivamente

per quella cosa troppo ingombrante

che si chiama “io”.

Dammi, Signore, il senso dell’umorismo.

Concedimi la grazia

di comprendere uno scherzo,

per scoprire nella vita un po’ di gioia

e farne parte anche agli altri”.

Così muore il giusto. Muore il suo corpo, ma non il suo messaggio, la sua gioia di vivere, la sua fede nella risurrezione.

                                                                   Valentino Salvoldi

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