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Regna dalla croce l’Autore della vita

Domenica XXXIV anno C

 Festa di Cristo Re

“Oggi con me sarai nel paradiso”

Un canto di speranza

Termina oggi l’anno liturgico con la festa di Cristo che regna dall’albero della croce. Dall’albero dell’Eden venne la morte, dall’albero della croce viene la vita. La croce è l’albero che fiorisce e porta frutto a ogni stagione. Il frutto della speranza.

Domenica scorsa, commentando la profezia di Gesù riguardo alla distruzione del tempio di Gerusalemme, abbiamo detto che essa allude alla fine del mondo e alla nostra morte. Il Vangelo parla di catastrofi, persecuzioni, guerre e inimicizie all’interno delle famiglie. Ma la parola chiave, anche se risuona letteralmente come “la fine”, in realtà è un invito a considerare “il fine” della vita. Apparentemente tutto è distrutto. Astri e pianeti in fiamme. Ecco l’immensità del cosmo che si consuma. Gesù amaramente sospira: “Non sarà lasciata pietra su pietra”… Ma, meno che ce l’aspettiamo, Egli assicura: “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. Ci introduce alla virtù della speranza facendoci intendere che l’essere umano non finirà nel fuoco e nella catastrofe universale, ma nelle mani e nell’amore misericordioso del Signore. Per questo la conclusione del discorso del Maestro è altamente consolante: “Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Testa alta, sguardo seducente, un bel sorriso e cuore traboccante di intima gioia al pensiero che l’ultimo nostro respiro sarà il primo sorriso nel regno dei cieli.

Regno che non rimanda immediatamente alla vita futura, perché Gesù ci garantisce che il suo regno è già qui, in mezzo a noi, dentro di noi. Regno che è la sua stessa persona venuta su questa terra non per trionfare secondo la logica mondana, non per essere servita, ma per donarsi a tutti e per servire. Il suo regno ha come trono l’albero della croce. Lì, il Figlio di Dio ricapitola in sé tutto l’universo e attrae ogni essere umano per sussurrare il suo desiderio di salvare tutti. Tutti, a cominciare dal buon ladrone che gli ruba il primo posto in Cielo: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Luca 23,43).

Marcire per portare frutto (cfr Giovanni 12,20-33)

Per poter regnare con Cristo, al fedele viene dato questo insegnamento:“Se il chicco di frumento, caduto a terra, non marcisce, non può portare frutto”. Gesù ha usato proprio il verbo “marcire”. Perché troppo facile e nobile è il morire. Per portare frutto bisogna marcire! Questa idea ha in sé qualche cosa di repellente e disgustoso. Ma ciò è quanto capita in natura. Infatti, se il grano morisse, non porterebbe frutto. E il Maestro non si smentisce e non esita a darci un pugno nello stomaco: “Bisogna marcire!”. E questa legge vale per tutti: marcire sugli scranni del Parlamento o nel più umile lavoro in una fabbrica, marcire sulla cattedra di Pietro o nella più piccola parrocchia della terra… è uguale. L’importante è marcire!  

Vogliamo dare un senso alla nostra vita? Desideriamo incontrare Cristo? Bramiamo conoscerlo e amarlo come Figlio di Dio e primo di una moltitudine di fratelli? Non abbiamo alternative: imitare il chicco di grano e guardare alla croce.

Chicco e croce: simboli dell’umiltà e dell’annientamento, da considerare come presupposti per raggiungere la statura stessa del Maestro. Marcire sotto terra per portare frutto, morire su una croce per portare vita al mondo. E nell’affermare questa idea, la nostra attenzione non deve tanto soffermarsi sul marcire e morire, quanto sul portare frutto e sulla gioia di godere l’abbondanza della vita nuova, in Cristo. Sulle sue orme, la strada del Calvario non termina con la croce, ma con un sepolcro vuoto. Con la Risurrezione.

Croce di Luce

“Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” afferma Gesù, intendendo darci questo messaggio: “Quando sarò crocifisso, tutti gli sguardi saranno rivolti a me. Da me uscirà una forza che attirerà tutti al Padre. Sarò non solo l’alfa, ma anche l’omega universale. Sarò ‘tutto in tutti’. Attirerò tutti non per i miracoli compiuti, ma per la forza dell’amore. Dal mio corpo piagato emanerà la bellezza affascinante dell’amore”.

La croce non è proposta al cristiano come fine a se stessa: non è esaltato il dolore, ma l’amore che il Crocifisso dimostra e propone a tutti. Croce luminosa. Croce da portare con dignità, perché il dolore affrontato nella prospettiva dell’amore scava in noi la povertà per insegnarci a pregare, adorare, amare e sperimentare – come ci garantisce Cristo – che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Ricco di questo insegnamento, il cristiano non può essere triste come chi non ha una speranza. È cosciente che non deve scaricare la sua croce sulle spalle degli altri, anzi, deve farsi Cireneo della gioia, aiutare gli altri a portare con dignità la loro croce, a essere come Cristo che dalla croce regna e vuole sussurrare a ogni essere umano: “Oggi con me sarai nel paradiso”.                                                                             

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