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“Non ardeva forse in noi il nostro cuore…?”

(Luca 24,13-48)

Terza domenica di Pasqua anno A 2023

Noi speravamo”

Molte persone, disorientate e deluse come i discepoli di Emmaus che lasciano alle spalle Gerusalemme, amaramente sospirano: “Noi speravamo…”.

Emmaus, simbolo delle nostre strade che partono dal nulla e sfociano nel nulla, là dove vagano gli increduli che si muovono come ubriachi sulle macerie dei loro sogni infranti. Camminano durante la notte, con l’illusione che il buio possa coprire la vergogna di trovarsi a mani vuote, senza un ideale, senza la voglia di aspettare che il sole torni a dare un colore e un gusto alle cose.

Ma ecco che uno sconosciuto accosta i pellegrini, di ieri come di oggi, con la capacità di far ardere il cuore mentre parla delle Scritture. Cuore che poi esplode di gioia allo spezzare del pane. Pane che, pur nel mistero, rivela una Presenza. Pane che ci riporta a quella cena a Betania, quando ai piedi di Gesù una donna spezza un vaso di alabastro, contenente del nardo costosissimo (costa dieci volte di più di quanto prenderà Giuda nel vendere il Maestro ai membri del Sinedrio). Nardo che spande un inebriante profumo, che per gli Ebrei è simbolo di amore fedele, come l’amore immenso ed eterno di Gesù che spezza la sua vita diffondendo ovunque il profumo del suo amore.

Riconosciuto il misterioso Pellegrino, i discepoli di Emmaus corrono verso il Cenacolo: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”. Non importa se è notte. Non vi sono più stanchezza e delusione, ma solo la voglia di gridare agli apostoli che Cristo è vivo. E mentre essi danno l’annuncio arriva il Risorto, accolto dagli Undici con paura, dubbio, perplessità. Dubbio provvidenziale: è la garanzia che la Risurrezione di Gesù non è una fantasia inventata da loro, ma una realtà che li spiazza, li sconvolge, li sorprende, al punto da costringere Cristo a chiedere qualche cosa da mangiare per fugare il dubbio che si tratti di un fantasma: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”.

Gesù non vuole essere visto come qualche cosa di evanescente e collocato nell’alto dei cieli, lontano dalla storia degli esseri umani. Vuole essere considerato come il fratello, il compagno di viaggio, l’amico che chiede qualche cosa da mangiare. Vuole condividere la nostra vita, sentirsi vivo nel vivere quotidiano. Vuole essere presente nei nostri sogni, nei nostri amori, nella lotta per dare un senso al vivere, un perché al soffrire, una bellezza al nostro impegno di lenire il dolore di tanti fratelli che, forse, possono avere solo noi per tornare a sperare nella vita.

Gesù desidera ardentemente che noi siamo capaci di stupirci, che il nostro cuore arda, che ci rimettiamo per le strade del mondo a gettare reti in mare, a correre tra gli ulivi, a cogliere spighe di grano, godere dei gigli dei campi e degli uccelli del cielo. A fare le cose di ogni giorno con uno spirito sempre nuovo, perché nel nostro operare non siamo mai soli: c’è sempre Lui, il Risorto, che ora ha il volto di ciascuno di noi.

Quale Dio?

Il Dio di Gesù Cristo ora ha il nostro stesso viso e per tutti ha un messaggio: “Di me voi ora siete testimoni”. Così si conclude il capitolo che narra la vicenda dei discepoli di Emmaus: siamo chiamati – più che a predicare – a testimoniare che Gesù non è un fantasma, ma il Dio che ci dà vita, ci immerge nella sua pace, chiama ciascuno di noi a essere il Risorto del Terzo millennio.

Quel Dio che qualche decennio fa sembrava morto, sepolto dall’oblio dell’uomo “evoluto”, è ancora vivo, più vivo che mai. Però, ciò che preoccupa è la questione del volto che molti gli attribuiscono: quale Dio si sceglie?

Mass media e “religioni” studiate a tavolino sembrano fare a gara per passare dallo Zeus fulminante al Dio intimistico-consolatorio; dal Dio della Legge che crea l’inferno, al Dio misericordioso che salva tutti; dal Dio immagine dell’uomo, al Dio “totalmente Altro”.

Ora le persone abituate a riflettere non si dichiarano più atee: affermano, eventualmente, di essere “agnostiche”. Molti sono passati dall’ateismo all’indifferenza religiosa. Fase che già il filosofo danese Kierkegaard aveva previsto: “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”.

Tace il maestro di vita e la parola passa ai moderni mass media, dove i cuochi ci insegnano a preparare succulenti cibi e dove i commercianti ci dicono il prezzo di ogni cosa. Il prezzo, non il valore.

Chiamati a essere testimoni

Molte persone affermano che non esistono più maestri di vita, così sono dispensate dal cercarli. Denigrano tutti e tutto, così non provano vergogna delle loro nudità. S’abbrutiscono davanti a televisori, cellulari, computer, smartphone… così non hanno il tempo per prendere in mano libri che dilaterebbero i loro orizzonti, con immagini come quelle che ci offre Bonhoeffer: “Dio si fa impotente e debole nel mondo e solo così ci sta a fianco e ci aiuta. Dio ci aiuta non in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua sofferenza”.

Quale Dio? Ecco uno dei suoi orizzonti, dove terra e Cielo s’incontrano: la debolezza che San Paolo non esita a definire vera forza. Debolezza e sofferenza, quali ali che si irrobustiscono nel tentativo di non lasciarci schiacciare dai mali del mondo. Debolezza e sofferenza adombrati nel deserto, dove il credente si rifugia non per cercare le consolazioni di Dio, ma il Dio di ogni consolazione. Là il Signore si rivela quale voce sottile, come sconcertante silenzio (cfr. 1Re 19,12).

Silenzio che si fa urlo nell’Incarnazione, Alfa e Omega della storia: l’impotenza di Dio diventa forza di ogni nostro corpo, che Cristo fa suo per essere aiutato, venerato, adorato in ciascuno di noi. Ecco il fondersi dell’orizzonte divino con l’orizzonte umano, in questo silenzio e urlo che risuona nella coscienza individuale e collettiva. Dio si fa storia, si fa povero, diventa l’ultimo dei fratelli. Uomo e divinità s’incontrano non nei cieli dorati, ma nelle polverose strade delle opere e dei giorni: opere fatte con mani d’uomo, nella concretezza del quotidiano, ma con lo sguardo rivolto verso l’Alto.

                                                                          Valentino Salvoldi

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