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IL GIORNO DELLA BENEDIZIONE

1 gennaio 2023 anno A (Luca 2,16-21)

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio

 per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”

Solo i grandi sanno ringraziare

Ringraziare, lodare e benedire: questi sono gli atteggiamenti caratteristici di una persona saggia che reputa la vita un dono del Signore. Persona saggia, matura e grande, perché solo chi ha queste doti è capace di essere riconoscente nei confronti di Dio e di coloro dei quali il Creatore si è servito per farci partecipi del suo amore. La liturgia della Parola del primo giorno dell’anno ci rivela quanto il Signore comanda ad Aronne e ai suoi figli: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Numeri 6,23-26).

Si tratta di una benedizione e un imperativo che giungono fino a noi. Dio ci benedice: nella mentalità ebraica, benedire significa rendere fecondi, dare un senso e una pienezza alla vita, diventando padri e madri in senso materiale e spirituale. Dare cioè un motivo per vivere bene alle persone che Dio ci mette accanto. Il Signore ci benedice affinché anche noi possiamo benedire a nostra volta. Tocca a noi, benedetti, imparare a “bene-dire”. A dire bene. Non lamentarci di tutto, non dire male. Benedire e mai maledire. Dire bene di Dio e di tutto quello che Egli ha creato.

La sua benedizione consiste nel far risplendere il suo volto su di noi, farci venire alla luce, far brillare i nostri occhi ogni volta che sorridiamo alle persone che ci stanno accanto. Sorridere anche quando il cuore è pesante. Anche ora, nonostante le feste natalizie, possiamo sentirci soli e addolorati per tanti mali personali e del mondo. Proprio in questo caso, il sorriso diventa un segno che abbiamo incontrato il Signore e che Lui basta a riempire la nostra vita.

“Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”, dice la prima lettura. Pace, in ebraico “shalom”, indica la totalità dei beni e delle benedizioni. A che cosa servirebbe, infatti, possedere tutti i beni materiali della terra se il nostro cuore non fosse in pace? Guardiamo che cosa succede a molti “grandi” della terra, uomini di successo in ogni campo, economicamente ricchi e psicologicamente miserabili! Il pubblico applaude e non pochi di essi si sentono vuoti e insoddisfatti, cercano di colmare quel vuoto ricorrendo alla droga, e a volte… giungono a togliersi la vita. Dio non è ancora nato nel loro cuore.

E noi che – non per i nostri meriti ma per puro dono del Signore – crediamo che il suo Natale in terra coincide con il nostro natale in Cielo, sentiamo invece il bisogno di ringraziare Dio: la sua benedizione sfocia per noi in quella pace che non è qualche cosa, ma Qualcuno, come afferma Paolo: “Cristo, nostra pace” (cfr Efesini 2,14).

Maria conserva ogni cosa nel suo cuore

A otto giorni dal Natale, il Vangelo odierno parla ancora della visita dei pastori a Betlemme, riproponendoci lo stesso messaggio, guardando prima a Maria e poi ai pastori.

La Mamma di Gesù – Madre di Dio – ci è proposta come nostra maestra di vita. Maestra di fede, avvolta in un silenzio di contemplazione del Mistero, grande perché crede. Crede pur non comprendendo tante cose. San Luca ripete due volte la frase: “Maria non comprendeva”. Non è Dio. È un essere umano come noi che facciamo tanta fatica a credere. Non comprende ma conserva nel suo cuore, con stupore, tutto quello che accade. Interroga in silenzio il volto di Gesù. Guarda stupita al suo giovane sposo Giuseppe che non dice una sola parola, ma permette al piano di Dio di realizzarsi in modo mirabile.  

Medita nel suo cuore, perché la storia di ogni figlio è scritta nel cuore della mamma prima che si realizzi, ed è lei che pone le premesse perché il futuro della sua creatura si compia secondo la volontà del Padre nostro che è nei Cieli.

Medita le meraviglie che Dio aveva operato nel passato. Ripete il suo “Magnificat” per quanto si svolge sotto i suoi occhi. Dice il suo “grazie” per il presente e rinnova il suo “sì” per il futuro.

Pure nostro lo stupore dei pastori

Abbiamo riletto oggi il Vangelo proclamato la notte di Natale perché non è facile capire il mistero di un Dio che diventa come noi. Ci aiuta a scoprire il suo messaggio proprio l’atteggiamento meditativo di Maria chiamata a conciliare la verginità con la maternità, il privilegio di credere con la fatica di accettare tante sofferenze e rinunce. Conciliare l’annuncio dell’angelo Gabriele e quelle porte di Betlemme che non si aprono ad accogliere il Figlio di Dio. Conciliare la realtà di una stalla dove nasce il Creatore del mondo e il canto degli angeli. Conciliare la mangiatoia dove giace Gesù e il ricordo delle parole dell’Angelo: “Il suo regno non avrà fine” (Luca 1,33).

E mentre tutti questi pensieri si affollano nell’animo di Maria, ecco avanzarsi i pastori. A essi, che dalla gente sono ritenuti peccatori e considerati alla stregua delle bestie, è riservato l’annuncio della Buona Novella: Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore” (Luca 2,11). Che cosa vedono i pastori a Betlemme? Nulla di straordinario: una mamma, un bambino e un giovane papà. Ma il tutto è talmente bello che si mettono in ginocchio, stupiti, affascinati, meravigliati di credere che un mistero è tanto più divino, quanto più è umano. Hanno fatto un’esperienza di fede e sono ritornati tra la gente a riferire ciò che caratterizza il Natale: inginocchiarsi davanti a un bambino.

Quale messaggio possiamo cogliere da tutto questo? Renderci conto che a Natale il festeggiato è Gesù. È Lui che dobbiamo adorare, ringraziare, benedire. Occorre quindi prendere un po’ le distanze dalle liturgie profane che pubblicizzano tutto meno ciò che è essenziale, vale a dire: coltivare il senso dello stupore, della meraviglia e della benedizione. Le cose materiali non possono accrescere la nostra felicità che, invece, trova il suo fondamento nella capacità di apprezzare le cose semplici e di nutrire il senso della meraviglia per un bambino che nasce, per un povero che incrocia il nostro sguardo,  per la gioia di un anziano che si va a visitare, per la gratitudine di chi riceve le nostre attenzioni: un bicchiere d’acqua fresca dato a chi ha sete, un abbraccio scambiato con chi ha bisogno d’amore… Accresce la nostra felicità la capacità di custodire nel nostro cuore le cose belle, le esperienze costruttive… e di dimenticare quelle brutte. Ci dà felicità il privilegio di raccontare ai figli e ai nipoti il miracolo del Cielo che si è fatto vicino a noi: Dio che viene ad abitare dentro di noi.

Se nutriremo questi sentimenti positivi proveremo la gioia di scoprirci vivi, di rinnovare il senso della meraviglia anche di fronte al consueto susseguirsi dei giorni e di non rassegnarci al banale sentire comune. Impareremo a pensare fuori dagli schemi, a trovare ai quotidiani problemi soluzioni sempre nuove, originali e inedite, a imparare qualche cosa di nuovo ogni giorno, a essere creativi e fantasiosi. Impareremo a vivere guardando la realtà con gli occhi dei pastori, capaci di inginocchiarsi davanti a una mamma, a un papà e a un bambino appena nato.

                                                     Valentino Salvoldi

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