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CON LE LAMPADE ACCESE, VESTITI A FESTA

 Prima domenica di Avvento  anno A 2022

“Vegliate, perché non sapete

 in quale giorno il Signore vostro verrà”

(Matteo 24,42)

Quella notte al Getsemani…

Inizia un nuovo anno liturgico, durante il quale la Chiesa sottopone alla nostra meditazione il Vangelo secondo Matteo. Si tratta dell’evangelista che più di tutti è vicino all’Ebraismo. Egli scrive per dimostrare che in Gesù si realizzano tutte le profezie dell’Antico Testamento. Cristo è il nuovo Mosè, ma molto più grande dell’antico legislatore perché è il Figlio di Dio, il Salvatore, e ci dà un grande insegnamento con la sua vita, prima ancora che con le sue parole. Ne è un esempio proprio il brano evangelico appena letto, il cui messaggio principale è riassunto con l’imperativo: “Vegliate!”.

Questo verbo ci riporta ai momenti del supremo dolore di Gesù.  È notte al Getsemani. La notte dello smarrimento, del dubbio, della paura, dell’abbandono, del rinnegamento e del tradimento. E di fronte a questa caterva di male che sta per abbattersi sul cuore dei Dodici, Gesù dice:

“Sedetevi qui, mentre io prego” (Marco 14,32). Invita i discepoli a essergli spiritualmente vicini, ma non fisicamente presenti. Vuole stare solo. Sa che si nasce e si muore soli. Nudi. Sola presenza è quella di Dio.

“Cadde a terra e pregava” (Marco 14,35). Quale intensità in questa supplica che il Figlio di Dio fa a suo Padre, buttandosi per terra, rivelando fino in fondo la sua umanità, la sua piccolezza, la sua paura! E come i bambini che, temendo il buio, sussurrano: “Papy – Papà!”, così Gesù non fa ricorso all’aulico “Avinu” (“Padre nostro”), ma al familiare grido con il quale i piccoli cercano riparo tra le braccia del genitore. Lo chiama “Abba”, “Papà”.

“Restate qui e vegliate” (Matteo 26,38). Vuole che i discepoli preghino, per condividere con Lui l’“ORA”, che è contemporaneamente morte e risurrezione. Ma mentre la risurrezione è solo sperata, la morte è realtà che incombe. Li supplica di vegliare: entrare in comunione con tutti coloro che nello stesso momento cercano Dio, captare il loro amore e mandare a essi onde d’amore. Questa l’essenza della preghiera, energia vitale che aiuta a danzare la vita e a non disperarsi di fronte alla morte. Vegliare perché “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Marco 14,38).

Nel Vangelo odierno, l’imperativo di vivere con il cuore che veglia è riportato dopo che Gesù dice, in questo 24° capitolo di Matteo: “Vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Matteo 24,9-13).

Conflitto tra iniquità e amore

Secondo l’evangelista Matteo c’è un conflitto tra il dilagare dell’“anomia” (mancanza di legge e prevalere dell’iniquità) e l’“agape” (amore verso tutti, compresi i nemici). Il dilagare dell’iniquità raffredda l’amore in molte persone, afferma Gesù riferendosi ai tempi finali, alla sua seconda venuta sulla terra. Parla di eventi drammatici: nel contesto di un generale sfacelo ecco avanzarsi – nel cuore stesso della comunità cristiana – falsi profeti che ingannano i discepoli facendo loro credere che il male abbia il sopravvento sul bene, per cui bisogna rassegnarsi al dilagare dell’iniquità, accettare la situazione così com’è, senza sperare che Dio possa ancora avere una parola di salvezza per questa umanità.

Ma di fronte al venir meno di tutti e di tutto, il cristiano non deve scoraggiarsi. Ha a sua disposizione un’arma potente per evitare la catastrofe: la preghiera. “Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Matteo 10,22).

La fede – assicura Gesù – è una forza che può spostare le montagne, vale a dire, fare in modo che l’impossibile diventi realtà e il sogno si realizzi. Sogno di salvare noi stessi e i nostri familiari che hanno problemi: figli e nipoti che se ne vanno da casa a volte sbattendo la porta, che non credono in Dio e non educano i figli secondo gli insegnamenti evangelici… Sogno di una umanità capace di vegliare con una fede forte. Una umanità che si converta all’Amore. Di fronte a tante situazioni dolorifiche molte persone si scoraggiano, perdono la fede e si domandano: “Se Dio è amore misericordioso perché permette tanta solitudine nelle famiglie, tanta miseria nel mondo, tante guerre un po’ ovunque?”.

Cristo non dà risposte ai nostri perché. Non ci spiega il mistero del dolore. Ma ci dà l’esempio di come si vive, come si perdona, come si soffre. Sembra dirci: “Fa’ come me: ama e capirai”. Si limita a sussurrarci: “Coraggio: io ho vinto il mondo!” (Giovanni 16,33); “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20); “Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato”. E ogni giorno ci ripete: “Non abbiate paura! Non temete!” (incoraggiamento che nella Bibbia compare appunto 365 volte!).

Ma a quale condizione saremo salvi? Ce lo spiega ancora Gesù nella parabola delle vergini sagge che vegliano aspettando lo sposo con le lampade accese. Si sono procurate olio in abbondanza, simbolo delle fede che non è mai troppa. Fede che si alimenta con la preghiera e la vigilanza, perché il Signore viene di notte, nell’ora in cui meno ce l’aspettiamo. Ma non viene per punirci, bensì per invitarci a un banchetto di nozze: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno” (Matteo 25,34).

“Vegliate in ogni momento pregando” (Luca 21,36).

Per riuscire a salvare noi stessi, e almeno alcuni dei nostri cari, ci viene offerto questo “Avvento” come tempo di grazia, come un cammino che ci stimoli a rispondere al dono del Natale di Gesù rinascendo con Lui. Ecco allora l’impegno a conoscerlo di più, ad amarlo, a farlo amare, a rispondere all’Amore con altrettanto amore. Rispondere con una vita coerente, con un cuore che ascolta, prega e veglia.

Veglia chiedendo la grazia di essere accolti nel regno del Padre con lo stesso saluto che Elisabetta rivolse a Maria: “Beata te che hai creduto” (cfr Luca 1,45).

Veglia con la comunità che, credendo nella risurrezione, canta:

“Nella notte, o Dio, noi veglieremo

con le lampade, vestiti a festa:

presto arriverai e sarà giorno”.

                                                                   Valentino Salvoldi

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