Soave giogo di un amore radicale

XXIII domenica C 2022

(Luca 14, 25-33)


“Colui che non porta la propria croce

 e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Siamo creati a immagine di Dio, per essere santi, belli e immacolati al suo cospetto. Le Scritture ci invitano a vagliare tutto e a scegliere ciò che è bello e buono. Ci fanno capire che nell’ultimo nostro giorno dovremo rendere conto al Signore delle cose belle e buone che non abbiamo saputo godere su questa terra.

Noi siamo un dono. La nostra vita è un dono. Nudi siamo nati, ma con immense potenzialità di crescita, di dedizione, di ricerca di quella bellezza che è splendore di verità. E a noi Gesù si accosta con il solo interesse di aiutarci a camminare verso il Padre, per avere vita e vita in abbondanza. Ci ama e ci chiama per essere felici già su questa terra, per avere il centuplo qui in questa vita, per poi godere della felicità eterna, in Cielo.

Per tutti questi motivi ci paiono strane tutte le provocazioni dei Vangeli di queste domeniche estive: “Sono venuto a portare guerra e non la pace”; “Sono venuto a portare il fuoco e come vorrei che fosse già acceso”; “Sono venuto a separare padre da figlio, figlia da madre…”; “Stretta è la porta che introduce alla vita”; “Gli ultimi saranno primi”… tutte affermazioni che abbiamo meditato  nelle precedenti domeniche e che sfociano nel Vangelo odierno: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

I Vangeli sinottici presentano Cristo come un pellegrino che fa un viaggio verso Gerusalemme con la coscienza della fine riservata al Profeta: morire in croce, fuori dalle mura della città santa. Un viaggio che inizia con l’annuncio della passione, della morte e della risurrezione del Maestro. Viaggio che si concretizza per il discepolo in un cammino (cfr Marco 8,27-10,27) che egli deve ripercorrere dopo aver sentito Gesù annunciare per tre volte la sua morte (cfr Marco 8,31; 9,31; 10,32-34).

L’apostolo Matteo afferma che, dopo ogni predizione della passione, Gesù si trova nella sconcertante situazione del totale fraintendimento e rifiuto. La mamma di Giacomo e Giovanni chiede a Gesù di mettere i suoi figli uno alla destra e uno alla sinistra accanto a Lui, nel suo regno qui in terra (ministro degli interni e ministro degli esteri…). I discepoli discutono su chi nel regno debba essere il più grande. E Pietro vorrebbe impedire a Gesù di andare a Gerusalemme e ha come risposta: “Va’ dietro a me, satana!” (Matteo 16,23). Di fronte al dolore e alla morte noi gemiamo, ci ribelliamo e cerchiamo di scrollarci di dosso la nostra croce per caricarla sulle spalle degli altri.

Per questo motivo, Cristo ci esorta: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso” (Matteo 16,24). Questo imperativo non è un invito a “buttarci via”, a seppellire i nostri talenti, a mortificare le capacità intellettive e affettive. Interpretata in senso positivo, questa proposta è uno stimolo a liberarci dall’ingombrante “io”, dall’egoismo, dall’egocentrismo che ci porta a ritenere che il mondo giri attorno a noi. È uno sprone a liberarci dall’invidia, che è il più “stupido” dei peccati. Se uno, ad esempio, è goloso, almeno… gode un po’ sulla terra, mangiando cose buone, ma l’invidioso sta male in terra e starà peggio nell’altra vita.  

Cristo ci invita a prendere la nostra croce e a seguirlo. Anche questa frase va letta in senso positivo, innanzitutto perché la croce, prima di essere uno strumento di morte, con Cristo è diventata la manifestazione e il segno più grande dell’amore: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Giovanni 13,1). Inoltre quell’imperativo: “Prendi la tua croce!” non implica la sopportazione di un peso disumano, ma l’opportunità di scavare dentro di noi per imparare ad amare, a scoprire ciò che è essenziale nella vita e soprattutto a pregare. Pregare non tanto per ottenere subito il miracolo sognato, ma per ricevere quello che Cristo ha promesso: “Chiedete e otterrete” (Giovanni 16,24). E che cosa otteniamo? Qualunque sia la grazia che domandiamo, riceviamo molto di più: lo Spirito Santo! L’Amore.

Quindi, l’invito a prendere e a portare con dignità la nostra croce non ci rimanda a qualche cosa di triste e di pesante, perché Gesù stesso afferma: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Matteo 11,30).

Se la croce fosse pura negatività, Cristo non ce l’avrebbe proposta. Egli non è venuto sulla terra per dare una spiegazione al dolore, ma per mettersi accanto a noi, per farsi nostro “Cireneo della gioia”, per portarci in braccio quando, umanamente parlando, non ce la facciamo più.

Egli vuole farci sperimentare che Dio fa le croci proporzionate alle nostre spalle. E quando in noi scatta il meccanismo della ribellione per i mali personali e quelli del mondo, giova far tesoro della sapiente intuizione del Manzoni: “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande”.

Tutte queste provocazioni evangeliche sono per noi un invito a pregare perché aumenti la nostra fiducia in Cristo, che per tutti ha un messaggio di vita, non di morte; di gioia, non di sofferta rassegnazione; di fiducia nella misericordia, non di paura nei confronti di un eventuale spietato Giudice nell’ora della nostra morte. Dio è Amore. Il suo nome è “Misericordia”.

                                                                             Valentino Salvoldi

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