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Volare in alto per servire di più

(XXII dom. 2022 anno C)

“Chiunque si esalta sarà umiliato,

e chi si umilia sarà esaltato”

(Luca 14,11)

“Dammi il tuo peccato”

 Il vangelo della scorsa domenica terminava con la frase: “I primi saranno gli ultimi”. Gesù è vento al mondo per ribaltare la logica umana . Ci provoca affermando che porta sulla terra non la pace, ma la guerra. Parla di una spada che scruta il nostro cuore:  cioè vuole che ci esaminiamo per capire che posto occupa nella nostra vita. Afferma che è venuto tra noi per portare il fuoco, vale a dire, bruciare tanta miseria del nostro passato, per invitarci a vivere una nuova esistenza e per ricordarci che “stretta è la porta che conduce alla salvezza” (cfr Matteo 7,14).  Così ci sta ammonendo in queste domeniche. E pure oggi non ci risparmia la sua provocazione: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.

Più volte abbiamo considerato l’umiltà non come l’attitudine dei rassegnati a volare in basso, non come l’atteggiamento di chi si nasconde, di chi gioca in ribasso e seppellisce i suoi talenti. Ci siamo soffermati sull’ambizione del cardinal Carlo Borromeo: voleva essere dono per la Chiesa. Pregava moltissimo. Era cosciente di essere “una bella intelligenza” e non voleva sprecare i suoi talenti, ma moltiplicarli, per cui chiese al papa Pio IV di essere nominato arcivescovo di Milano e cardinale segretario di stato del Vaticano, a soli venticinque anni. Voleva occupare posti molto importanti per servire meglio il prossimo. Suo motto: “L’umiltà aspira all’alto”.

Pensando a questo santo cardinale , non vi risparmio la provocazione del mistico scrittore francese Pascal, che sulle orme di Cristo e dei santi afferma: “L’uomo non è né angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo fa la bestia”. Vale a dire, chi vuole essere “santo subito” – senza fatica, studio e tanta preghiera – si degrada perché non procede con sistematicità e con pazienza, oppure si inorgoglisce pensando di essere lui stesso l’autore della sua umiltà.

I grandi maestri dello spirito dicono che sarebbe meglio non porsi subito come obiettivo l’umiltà. Fissare questo obiettivo fin dall’inizio significa scivolare impercettibilmente verso una sottile “sufficienza”, che in modo ingannevole può portare a ritenersi migliori degli altri. Ciò può sfociare in una eccessiva considerazione di se stessi, mentre l’umiltà consiste nel prendere coscienza di ciò che si è, accettare di essere limitati, ricorrere di frequente al sacramento della Riconciliazione, come fanno i santi. Tra questi spicca S Girolamo. A lui, in una visione mistica, la notte di Natale Gesù chiese che cosa gli potesse offrire. Nessun dono al Signore bastava. E quando il santo gli chiese che cosa volesse di concreto, Gesù rispose: “Dammi il tuo peccato”. Come se dicesse: “Dammi la gioia di concederti il perdono, affinché tu impari l’umiltà”.

L’umile, misericordioso amore

“Chi si umilia sarà esaltato”. Per diventare umili bisogna cominciare ad amare, con il metodo insegnato da Cristo e testimoniato da Lui stesso e dagli apostoli. Tra questi  Paolo che  fa un discorso realistico: “Vedo il bene, lo approvo, ma poi compio il male” (cfr Romani 7,18-19). Sulla base dei suoi scritti, noi comprendiamo la necessità di non cadere in quel tipo di narcisismo che consiste nell’avere un concetto così alto di noi stessi, al punto di deprimerci e scomparire dalla nostra comunità quando commettiamo uno sbaglio, pecchiamo o veniamo fraintesi in seguito a un errore di metodo. Errore non voluto… ma pur sempre un errore.

 Come sarebbe bello e liberante  confessarsi e tornare da capo, dopo aver perdonato noi stessi!

Cresciamo nell’umiltà quando scegliamo di credere nell’amore e ci comportiamo di conseguenza. Amare come Cristo ci ha amati, al punto di dare la propria vita per l’altro, sperimentando la gioia di vedere che l’altro vive, prospera e cresce quando “scommettiamo su di lui” inondandolo d’amore.

Quale amore?

Ce lo suggerisce l’etimologia stessa del nome “amore”, la cui radice indoeuropea “AM” significa desiderare il bene dell’altro, bramare un rapporto e soprattutto valorizzare le persone che la Provvidenza ci mette accanto.

Secondo l’etimologia latina, “amore” deriva da “a-mors”. Mors significa morte; la lettera “a” davanti a una parola esprime la negazione. Quindi, amare vuol dire strappare una persona dalla morte. Farla vivere.

L’umiltà è intimamente legata all’amore. Poiché ogni essere umano è definibile come “bisogno d’amare e di essere amato”, ci poniamo come obiettivo la carità del Vangelo, cresciamo in santità e grazia per poter aiutare e servire tutti quelli che incontriamo. Ogni persona è nostro Signore e in ognuna di esse noi abbiamo il privilegio di servire Gesù.

Con queste intuizioni possiamo soffermarci sulla prima lettura della liturgia odierna, tratta dal Siracide. Essa ci insegna che si ottiene l’umiltà con la mitezza, virtù che in ebraico esprime l’ideale di saper ascoltare. Ascoltare con il cuore, cioè con la volontà di cambiare, coscienti che: “Vivere è cambiare e si arriva alla perfezione cambiando continuamente” (cardinal Newman).

Chiediamo tutto questo allo Spirito Santo, per intercessione di Maria “umile e alta più che creatura”. A Lei ricorriamo sorretti da questa certezza:

Donna, setanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz’ali”.

                                                                               Valentino Salvoldi

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Una opinione su "Volare in alto per servire di più"

  1. Caro don Valentino,
    grazie sempre, anche se non so come raggiungerti.
    Preghiamo sempre, lo Spirito Santo, per intercessione di Maria.
    Maria Vittoria de Lucia, Padova.

    "Mi piace"

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