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Quella porta stretta

XXI dom. 2022 anno C

“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”

(Luca 13,23)

Cristo guastafeste

Affascinante e sconvolgente è la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, chiamata anche Chiesa della Risurrezione. È immensa. Ci sono cappelle gestite da cristiani di tante denominazioni diverse. Ognuno prega, canta e celebra con i riti della propria liturgia. I canti si fondono creando un’atmosfera surreale, in mezzo a nubi di incenso. La chiesa è molto buia, benché in quel luogo sia avvenuta la più grande esplosione di luce, un nuovo Big Bang: la Risurrezione, allorché il Padre risvegliò Cristo dal sonno della morte e aprì la tomba di Gesù, preludio della nostra vittoria sulla morte.

Uno degli elementi più impressionanti della basilica della Risurrezione è il suo ingresso: basso e stretto. A malapena vi passa una persona completamente piegata su se stessa. Perché questa situazione così strana? Forse c’è l’allusione a quanto dice il Vangelo di oggi che, come quello delle tre precedenti domeniche, ci presenta Cristo come tormento ed estasi.

Riguardo al Vangelo odierno (Luca 13,22-30) notiamo che, quando qualcuno pone una domanda al Signore, Egli non risponde mai direttamente. Lo fa per lasciarci liberi di pensare, cercare e salvarci, qualunque sia la nostra risposta. Ci dà luce sufficiente per chi vuol credere, ma anche buio sufficiente per chi non vuol credere (cfr Blaise Pascal).

“Un tale” (senz’altro un ricco, perché non ha nome) domanda a Gesù se siano tanti o pochi coloro che si salvano. Il Maestro risponde dicendo che l’ingresso al regno dei cieli è una porta stretta. Oggi, noi diremmo che è come la porta d’ingresso della basilica della Risurrezione a Gerusalemme. Si fa fatica a entrarci. Si entra uno per volta, dopo aver compiuto un percorso irto e difficile. Dopo aver faticato, timorosi per il fatto che davanti a Dio nulla può essere preso per scontato.

Cristo è venuto al mondo per salvarci, ma ci fa anche capire che “quel Dio che creò te senza di te, non salverà te senza di te” (Sant’Agostino). Ci mette in guardia contro la presunzione di salvarci senza merito. Ci dice di pensare continuamente alla morte. Ripensate al Vangelo di tre domeniche fa, allorché Dio così si rivolge al vecchio avaro: “Disgraziato, questa notte morrai, e allora…?”. Ricordate anche il Vangelo di domenica scorsa, allorché Cristo disse di essere venuto a portare il fuoco, la divisione, non la pace ma la guerra? Terminavo l’omelia dicendo che Lui non è il miele, ma il sale della terra. E con le letture di oggi dimostra ancora una volta di essere un vero guastafeste.

Queste letture evangeliche provocano in noi, contemporaneamente, una sferzata di nostalgia e un pugno nello stomaco.

Nostalgia del tempo in cui, quando eravamo più giovani, il messaggio rivoluzionario di Gesù ci aiutava a guardare con speranza al futuro, con il desiderio di aiutare tutti i bisognosi, di farci pane per gli affamati e abbraccio per quanti avessero bisogno di un po’ d’amore. Nostalgia di quell’orizzonte di carità immenso in cui è fiorita la nostra fede cristiana: il sogno di un amore senza limiti; l’aspirazione a voler bene a tutti, sempre e senza mezze misure; la determinazione di essere per tutti un dono.

Pugno nello stomaco… L’invecchiare non porta necessariamente a essere migliori rispetto alla nostra giovane età e rispetto ai nostri padri che – a cominciare da San Paolo – vedevano il bene, l’approvavano e poi si rassegnavano a battersi il petto, constatando i peccati di omissione compiuti nella vita. E i giovani si sentano sfidati dalle parole di Cristo che li sprona alla radicalità di scelte generose. Quei giovani che – come ci ricorda anche papa Francesco – non sono soltanto il futuro: sono innanzitutto il presente. Un presente che li invita a convertirsi e ad agire di conseguenza.

Quando giungerà il famoso giorno del giudizio (“Dies irae”), forse neppure quanti saranno chiamati alla destra del Padre – gli eletti, i santi – si sentiranno completamente a posto con la propria coscienza, nel sentire il giusto Giudice elencare le opere di misericordia che troviamo al capitolo 25 di Matteo: “Avevo fame, avevo sete, ero nudo… e tu…?”.

“Non ti conosco”

Al Vangelo di oggi aggiungiamo il riferimento alla parabola delle vergini stolte. Quando esse bussano alla porta dello sposo, di notte, il festeggiato – immagine di Cristo – non apre la porta. E di fronte alla loro insistenza Egli precisa: “Non vi conosco”. Nel Vangelo odierno è ribadita la stessa situazione: “Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: ‘Signore, aprici!’. Ma egli vi risponderà: ‘Non so di dove siete’. Allora comincerete a dire: ‘Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze’. Ma egli vi dichiarerà: ‘Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!’” (Luca 13,25-27).

“Non vi conosco” e “Non so di dove siete”. Mi fanno paura questa due frasi. Benché abbia cercato di rispondere alla chiamata del Signore e abbia sempre alimentato il sogno di lavorare con i più poveri della terra, invecchiando mi chiedo: ho veramente realizzato quel sogno? Si applica anche a me il rimprovero che il Signore fa al vescovo di Efeso: “Mi amavi di più quand’eri giovane” (cfr Apocalisse 2,4)? Non so. Temo che i confini del mio amore siano risultati più ristretti di quanto pensavo. Non credo di aver realizzato quei gesti di ordinaria pazzia che fanno i santi. E le opere di misericordia corporale avrebbero dovuto occupare un posto maggiore nella mia vita. Come tutti gli altri, devo confessarmi spesso accusando i peccati di omissione. Avrei dovuto fare di più. Avrei dovuto tenere accesa la lampada in attesa del Signore che viene di notte. Avrei dovuto essere più umile, pensando a quella porta stretta che introduce nella vera vita.

“Se questi e quelli, perché non io?”

Se noi organizzassimo meglio la nostra vita e ci impegnassimo seriamente a realizzarci nel miglior modo possibile, troveremmo tempo e spazio per le opere di misericordia, sia spirituale che corporale.

C’è ancora a questo mondo tanta gente buona, che vorrebbe e potrebbe esercitare le opere di misericordia corporale. Non sempre ci riesce. Farebbe un gran bene! Basterebbe fare il salto iniziale e si troverebbe nel mondo di chi si dedica al prossimo e sperimenta la gioia di lavorare per il bene comune. C’è comunque chi si realizza facendo del bene. Se qualcuno ce la fa, perché non io? Perché non tutti noi?

Al Cristo guastafeste rivolgiamo la richiesta collettiva di perdono. Supplichiamo il Padre perché sia con noi misericordioso. Lo Spirito Santo ci convinca che “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” (Alessandro Manzoni). Rinascerà così in noi la speranza di poter passare per quella porta stretta.

                                                                       Valentino Salvoldi

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