La forza di essere prossimo

XV domenica anno C 2022

(Luca 10, 29-37)

“E chi è mio prossimo?”, domanda il dottore della Legge, cercando di mettere in ridicolo Gesù. Ma Lui non sta al gioco. Costringe chi lo interpella a trovare da sé la risposta giusta e gli mostra allora quale sia il prossimo che ciascuno deve amare come se stesso. Forse vuole fargli capire che tocca a lui essere buon samaritano di se stesso, amando con i sentimenti stessi di Dio, realizzandosi facendo del bene a sé e a quanti gli stanno accanto.

Ecco il contesto del brano evangelico: Cristo è “messo alla prova” dai dottori della Legge, da coloro cioè che si comportano da avversari, che non ascoltano la Parola e non accolgono l’amore del Signore.

Egli viene sfidato con una questione ambigua: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Rispondere a questa domanda, all’apparenza complessa, non è un problema per Cristo. Egli sa benissimo che la vita eterna verrà da sé, se ci impegniamo nel portare un po’ di Paradiso in terra, cioè se ci sforziamo di distribuire amore, dopo averlo accolto da Dio, valorizzato e moltiplicato in noi.

Secondo Cristo è importante realizzare il “regno”, cioè la gioia per tutti, già sulla terra, con Lui. Comunque Egli risponde, e per farlo rimanda il “dottore” alla legge dell’amore (cfr Deuteronomio 6,5; Levitico 19,18), aggiungendo: “Fa’ questo e vivrai”.

Nell’Ultima Cena e in altre occasioni Gesù andrà oltre, facendo capire che bisogna amare come Dio ama e perché Lui ci ama per primo.

In un primo tempo Gesù si richiama all’Antico Testamento; poi, di fronte all’incalzare: “Chi è mio prossimo?”, racconta la parabola del buon Samaritano.

Un uomo scendeva da Jerusalem, cioè si allontanava dalla città santa (“Jerusalem” indica la città santa come istituzione, mentre “Jerosolima” ha una connotazione geografica, si riferisce al luogo fisico della città). Si stava quindi allontanando dalla istituzione religiosa: l’allontanamento è suggerito anche dal fatto che solitamente l’autore sacro dice “salire” a Gerusalemme…

Il fatto di lasciare l’istituzione può avere come conseguenza l’incappare nei ladroni, perché si perde la protezione di Dio. Così succede al viandante che, derubato e ferito, viene lasciato sul ciglio della via. Per quella stessa strada passa un sacerdote, che non si avvicina neppure a quel poveretto. Perché? Il sangue contamina. Lui, il prete, deve toccare la Torah con le mani ritualmente pure. È la legge di Dio che gli vieta di toccare quell’uomo!… Per di più, questi, avendo voltato le spalle all’istituzione religiosa, non può che pagarne le conseguenze (così pensa, forse, il sacerdote).

E il levita? Il giovane addetto al culto… si comporta come il prete, proprio quando ci si aspetterebbe da lui una maggiore sensibilità, data la sua giovane età. È grave se anche i giovani sono incapaci di amore e di pietà!

Finalmente passa il Samaritano.

Identikit del Samaritano: giudicato negativamente dagli Ebrei in quanto eretico e come tale, nel corso del tempo, considerato ateo, miscredente, indemoniato, schifoso; secondo il Talmud, rendeva impura una città se sputava per terra. Inoltre, questo testo sacro per gli Ebrei dice che, se di sabato l’asino cade nel pozzo, lo si deve tirare fuori. Se nel pozzo cade un samaritano, lo si deve lasciare dentro, così si avrà un peccatore in meno…

Il Samaritano soccorre quel miserabile versando olio e vino sulle sue ferite, lo porta alla locanda, paga per lui. Perché? Perché si è “commosso”. Come? Sentendo nell’animo un forte sentimento d’amore, lo stesso che Dio nutre per l’umanità. L’ateo – lo “schifoso” samaritano – ha gli stessi sentimenti del Signore; il prete e il levita hanno i sentimenti mortificati dalla legalità.

È rivoluzionario il fatto che come modello di vita sia indicato un Samaritano, un uomo che non crede ma che si comporta come Dio, perché sa guardare l’umanità sofferente con il suo stesso sguardo compassionevole.

Indicativa è la domanda che Gesù al termine della parabola rivolge al fariseo, e quindi a ciascuno di noi: “Chi è stato il prossimo per il viandante?”. Rispondendo, noi capiamo che possiamo considerarci seguaci di Cristo solo se nella nostra vita doniamo gratuitamente amore, dopo aver provato compassione, poiché il grado di fede (l’essere o no credente) si misura non solo in base al rapporto con Dio (il Signore non dà problemi), ma anche – e soprattutto – in base all’atteggiamento verso il prossimo. Io sono credente nella misura in cui amo l’escluso, chi mi fa del male, chi non conta nulla nella società, chi è povero, chi è nel dolore. Sono io “prossimo” per tutti questi? Allora sono un credente. Ma, se passo dall’altra parte della strada per recarmi in chiesa e lascio sul marciapiede il mendico a mani vuote, allora sono un “ateo praticante”.

Se, invece, sto pregando e un povero richiede da me un aiuto, un po’ di attenzioni, giova seguire il consiglio del beato Rubembrok: “Lascia Dio per Dio. Oltretutto è più sicuro il Dio che trovi nel prossimo che bussa alla tua porta rispetto a quello che cercavi nella tua estasi”.

                                                          Valentino Salvoldi

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