Europa, terra di missione

(XIV domenica anno C 2022)

“La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!

Pregate dunque il signore della messe,

perché mandi operai nella sua messe!”.

(Matteo 9,37-38)

“Se non avessi la fede!”

Ikire, un grosso villaggio della Nigeria di oltre centomila abitanti (attualmente sono più del doppio). Un solo ospedale. Un gruppo d’infermiere alle quali insegno etica medica e una sola dottoressa. Questa, una mattina mi dice di fare quello che posso: lei deve lavorare tutta la giornata in sala operatoria.

Ed ecco farsi avanti una giovane donna, che tiene tra le braccia un bambino di forse cinque anni. Il piccolo, di nome Kainde, sta morendo a causa della malnutrizione.

La mamma depone il bambino su una stuoia e supplica: “Omi!” (Acqua!). Spera che una fleboclisi possa ridare vita a suo figlio. Cerco di fare un tentativo. Non riesco a trovare la vena. Ausculto il cuore, conto i battiti del polso e mi rendo conto che il piccolo è in fin di vita. Non resta altro che pregare.

La giovane madre alza gli occhi al cielo e supplica: “Jesu mimo, Maria mimo, Josephu mimo!” (“Mimo” significa “santo”). Tante persone si stringono attorno a lei, formando una catena di solidarietà, coscienti che solo un miracolo può salvare la vita di Kainde. Ma le unghiette sono già blu, i piedini diventano freddi. La mamma li strofina per scaldarli, quasi per non lasciar sfuggire la vita dal piccolo corpo straziato dalla fame. Dopo un ultimo rantolo, Kainde muore.

La gente si allontana, rispettosa. Secondo la cultura yoruba la madre, ora, dovrebbe elevare un forte grido al cielo e percuotere con i pugni la terra che le è stata matrigna, rubandole il figlio. Ma questa mamma, novella Pietà, non si scompone. Guarda suo figlio con estrema dolcezza.

La gente mormora: “Non sa fare la sua parte!”. M’accosto alla giovane madre, la prendo per mano e le dico che sento come mio il suo dolore.

Ella mi regala un bel sorriso e mi rassicura: “Non preoccuparti, padre: Kainde mi ha dato la sua parte di gioia”. E si incammina lentamente verso la foresta, sussurrando: “Kainde mimo, Kainde mimo, Kainde mimo”.

Al tramonto, con una pietra appuntita, scava la rossa terra e piano piano con essa ricopre il corpo di Kainde. Di nuovo, non posso rimanere spettatore. M’avvicino: “Mamma, dimmi: come fai a essere così serena?”. Mi risponde: “Padre, se non avessi la fede! Ma io credo e ringrazio voi missionari che ci avete portato Cristo. Lui basta a riempire la mia vita”.

Potrei moltiplicare gli esempi simili a questo, con lo scopo di mostrare come quelle che chiamiamo “terre di missione” sono zone in cui certamente si muore di fame, ma al contempo sono ricche di fede. Al contrario, questa nostra vecchia Europa, in cui non manca il pane, soffre per il venire meno della fede, per l’egoistico ripiegamento su se stessa e per l’estinguersi di valori umani e divini.

“Dove avrò sbagliato?”

Questa è una domanda che molte mamme europee mi rivolgono quando parlano dei loro figli che non partecipano più all’Eucaristia domenicale. È solo colpa dei genitori e dei nonni?  In che cosa ha sbagliato la presente generazione, che si trova ad affrontare il problema di non sapersi orientare per educare i figli a quei valori cristiani che permettano di armonizzare cultura, fede e scienza?

Santa Teresa d’Avila e Santa Teresa di Gesù Bambino ci insegnano che, se i cristiani capissero il valore dell’Eucaristia, si dovrebbero chiamare le forze dell’ordine per regolare l’afflusso dei credenti in chiesa, che sarebbe “presa d’assalto” ogni domenica per lo struggente desiderio di incontrarsi con la Parola del Signore e con il Pane eucaristico.

Invece dell’assalto, noi assistiamo allo svuotarsi delle chiese a causa della complessa situazione attuale, “a partire dalla rottura della trasmissione generazionale della fede, dalla radicale trasformazione delle famiglie, dalla nuova collocazione culturale e sociale delle donne, fino all’invasione di una ‘spiritualità giovanilistica’ che inquina e corrompe ogni affare ed ogni affetto umani”. Questa situazione era stata predetta dal cardinale Martini nell’intervista rilasciata pochi giorni prima di morire, che ribadiva un’idea che egli mi aveva confidato nel 1983: “La Chiesa è in ritardo di duecento anni… Continua a produrre documenti con un linguaggio che non dice più nulla a nessuno. Non è attraente…”.

In questa situazione, come leggere il Vangelo odierno che è sempre stato interpretato come un comando di andare a evangelizzare i “Paesi di missione”, cioè Africa, Asia e America Latina?

Continuiamo a ripetere: “Molta è la messe e pochi gli operai”. E per “operai” solitamente intendiamo sacerdoti, missionari e suore.  Ma l’essere missionari è una caratteristica di tutti coloro che hanno ricevuto il Battesimo. I laici non sono essi pure chiamati a evangelizzare l’ambiente in cui vivono?

Quando qualcuno si lamenta che abbiamo pochi sacerdoti nelle nostre parrocchie, amo ripetere che lo Spirito Santo sa ciò di cui ha bisogno la Chiesa. Se scarseggiano i sacerdoti, ciò può essere provvidenziale: si devono fare avanti i laici. Quanto ai preti… preghiamo non perché siano necessariamente tanti. Più che tanti, santi!

Dopo circa cinquant’anni che percorro le terre dell’Africa e dell’Asia, non esito a dire che ora l’Europa è terra di missione. Tocca a noi operare quel cambiamento radicale richiesto dal cardinale Martini e che papa Francesco sogna. Tocca a ciascuno di noi porsi la domanda: “Che cosa posso fare io per riportare i miei figli e nipoti a Cristo e per far rifiorire la Chiesa in Europa?”.

Innanzitutto dobbiamo preoccuparci della nostra conversione: se la preghiera trasfigurerà il nostro volto, se avremo occhi che brillano, figli e nipoti si chiederanno il motivo e impareranno a vedere Dio con occhi nuovi.

Inoltre, se metteremo in pratica le Beatitudini, non solo saremo credenti, ma anche credibili.

In più, avremo un aiuto speciale nel portare con dignità lanostra croce, accettando con serenità quanto oggi ci suggerisce il Signore: “Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Luca 10,3-4). Quest’ultima osservazione mira a sottolineare l’urgenza dell’annuncio del regno di Dio.

La nostra missione evangelizzatrice si fondi su tre cardini: la Parola, il Pane e il Prossimo.

– La Parola ci rende liberi perché allarga la nostra visuale, i nostri orizzonti; ci aiuta a vedere con il cuore.

– Il Pane eucaristico ci comunica la vita divina e ci permette di amare come ama Dio, staccati dai beni materiali e aggrappati a ciò che dura eterno.  

– Il Prossimo è sacramento di Dio. Il suo volto è il volto di Cristo. Amando il prossimo – anche chi ci fa del male – concretizziamo il Discorso della montagna, che ci chiede di compiere la volontà del Signore agendo per il bene di tutti, ritornando alle fonti del Cristianesimo, riportando Cristo nelle nostre famiglie. 

Non vergogniamoci di Lui, se non vogliamo che Egli si vergogni di noi quando, terminata la nostra missione qui in terra, busseremo alle porte del Cielo.

                                                                Valentino Salvoldi

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