XIII dom. Anno C 2022

Radicalità e misericordia

“Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”

(Matteo 8,22)

“Ti amo sopra ogni cosa”

Fin da quando ero piccolo, nella mia famiglia si respirava Dio. Con il segno della croce, noi fratelli avevamo imparato a consacrare al Signore la nostra intelligenza dicendo: “Nel nome del Padre”; a consacrare la nostra affettività toccando il cuore e dicendo: “Nel nome del Figlio”; a toccare le spalle per consacrare ogni nostra azione dicendo: “Nel nome dello Spirito Santo”. Andavo continuamente in chiesa e quando tornavo a casa il mio hobby era celebrare la messa, che i miei fratelli mi servivano con devozione…

Ripetevamo spesso la preghiera: “O Gesù, d’amore acceso…” che termina con “perché Ti amo sopra ogni cosa”. Mia madre, volendo essere coerente con quanto ci insegnava, quando divenni sacerdote mi fece questa confidenza: “Mi sono confessata e ho detto al prete che mi sentivo in peccato perché non sapevo se amavo di più Dio o i miei figli. E lui mi ha suggerito di amare il Signore amando voi”. Saggia risposta, fonte di consolazione: siamo chiamati a trovare Dio in noi e nel nostro prossimo, tenendo comunque presente che il Signore non fa sconti sulla perentorietà dell’obbligo di osservare i primi tre comandamenti (certamente sono tutti importanti, ma se “fa acqua” il nostro rapporto con Dio, come potremmo vivere relazioni positive e belle con gli altri?”).

Questi comandamenti potrebbero essere riassunti nell’immagine veterotestamentaria del “Dio geloso”: vale a dire, un Dio che non vuole essere messo al secondo posto nella nostra vita. Tant’è vero che il primo significato di “adulterio” per gli Ebrei è proprio questo: anteporre qualcuno a Dio.
 
Pure Cristo ha ribadito il medesimo concetto, quando ha voluto rivelarci l’autentico volto del Padre: amore tenero, misericordioso e infinito. Amore divino e umano al tempo stesso. Amore però estremamente esigente: non ammette le mezze misure, non permette di voltarsi indietro dopo aver posto mano all’aratro. Non permette neppure di andare a seppellire i propri morti prima di mettersi alla sua sequela: “Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Matteo 8,22).

Radicalità evangelica

Chi incontra Cristo e sta con Lui apprende a vivere un’esistenza caratterizzata da un amore che basta a riempire la vita. Amore che va molto al di là della giustizia praticata o insegnata dagli Scribi e dai Farisei. Amore che tiene aperta la strada del dialogo anche con il nemico, al quale il seguace di Cristo porge l’altra guancia… Gesù si aspetta dunque da noi che pratichiamo una giustizia temperata dall’amore, che porta una persona non solo a perdonare ma anche a “fare due miglia quando è richiesta di fare un miglio soltanto e a dare anche la tunica a chi chiede il mantello” (cfr Matteo 5,40-41; Luca 6,29). Tutto questo apprende il discepolo stando con il Maestro, che insegna ad agire non per essere visti dagli uomini, ma per la ricompensa del Padre.

I due elementi morali che il discepolo acquisisce dalla familiarità con il Maestro sono la valorizzazione e attualizzazione del discorso antico – “Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Matteo 5,17) – e l’unificazione del cuore dell’uomo (cfr. Salmo 86,11). Uomo chiamato a essere misericordioso e perfetto come il Padre che è nei cieli. Uomo che ama con un cuore unificato, vale a dire, vedendo Dio nel prossimo, accogliendo Dio in chi bussa alla nostra porta, amando Dio nell’atto di condividere quello che siamo e quello che abbiamo. Questo era il messaggio di domenica scorsa, festa del Corpus Domini, quando abbiamo meditato la frase di Cristo: “Voi stessi date loro da mangiare”. Il pane materiale e quel pane di cui tutti siamo sempre estremamente bisognosi: l’amore.

“Tu seguimi”

Nessuno ha mai visto Dio, ma Cristo ce lo ha rivelato con la sua vita, con il suo insegnamento, con il suo “essere dono totale” fino alla morte, riscattata con la Risurrezione. Incontrando Gesù vediamo il Padre, che non ha l’aspetto violento che alcuni Autori sacri gli attribuiscono. Non è il Dio che si vendica e fa pagare ai figli le colpe dei genitori fino alla terza e alla quarta generazione: “Dio non vuole la rovina del peccatore, ma che si converta e viva” (cfr Ezechiele 18,23.31-32; 33,11). Ci accosta non per buttarci addosso una croce, ma per aiutarci a portarla. Non ci dà spiegazioni, ma ci fa capire che, adorando la croce, noi siamo immersi nel mistero. Come se Gesù ci dicesse: “Ama e capirai”.
 
Vedendo come si comporta Cristo, il credente capisce che Dio non vuole punirci, ma salvarci; non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione; non vuole mandarci all’inferno, ma innalzarci al Paradiso dal momento che Gesù, per noi, è disceso fino agli inferi: ha preso su di sé tutto il limite e il dolore umano, ci ha invitato a trovare pace spronandoci con un amoroso ed esigente comando: “Seguimi”.

Mi sia permesso concludere questa omelia con un ricordo personale che vado raccontando sempre quando tengo corsi di formazione al clero. Si tratta di un incontro significativo con Paolo VI.

Timido, dotato di riserbo, schivo, voce e sguardi profondi, estremamente rispettoso di tutti, amante del dialogo personale e… meno delle masse; un po’ amletico, per timore che una frase categorica potesse ferire una persona; desideroso di essere per tutti un padre. Così ho conosciuto Paolo VI, negli anni in cui studiavo filosofia e teologia a Roma, al termine del Concilio Vaticano II.

Gli avevo servito messa una mattina presto, nelle Grotte Vaticane. Mi aveva impressionato per le occhiaie nere, come uno che fosse stanchissimo e non avesse chiuso occhio per tutta la notte. E dopo tanti anni, ancora mi sembra di sentire la sua profonda voce che m’interrogava chiedendomi: “Chi sei?”. Domanda interessante per un diciannovenne, in cerca della sua vocazione…

E altri incontri, come quando mi chiese di porgergli la Bibbia che portavo sotto il braccio. La lesse davanti agli studenti del Seminario Romano: era il brano in cui il Risorto dice a Pietro: “Tu seguimi” (Giovanni 21,22). Lo commentò, sottolineando che non si vergognava di proporre a giovani ventenni di seguire il Crocifisso. Precisò di essere al corrente del fatto che qualcuno lo chiamasse “Paolo mesto”, e soggiunse: “La mia tristezza consiste nel non riuscire a far capire alla gente quanta gioia ci sia nel portare dignitosamente la propria croce. Ma a voi, giovani seminaristi, non esito a ripetere l’imperativo di Cristo: ‘Tu seguimi!’. E nel portare con dignità la croce, ineffabile sarà la vostra gioia”.

                                                            Valentino Salvoldi

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