Quarta domenica di Pasqua 2022

Il Buon Pastore: bellezza di una vita fatta dono

“Le mie pecore ascoltano la mia voce

 e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna”.

(Giovanni 10,27-28)

In Africa, molti cristiani per ore e ore camminano su strade sterrate con lo scopo di partecipare gioiosamente all’eucaristia. Saltano il pranzo – cosa normale in quelle terre… – e tornano a casa lodando il Signore che per loro si è fatto dono di vita. 

Nella vecchia Europa molti adulti nascondono la loro tristezza, il baratro della loro solitudine e il vuoto interiore immergendosi nel frastuono e in un tipo di attività programmata per non pensare. Hanno figli che, ricevuta la Cresima, non frequentano più la chiesa. Figli sfortunati per il fatto di avere nonni e genitori che non hanno pregato con loro in famiglia, non hanno discusso sui valori eterni, non hanno letto assieme il Vangelo e hanno ironizzato sulle omelie: “I preti parlano sempre della storia del Buon Pastore!”.

Certamente le nostre messe dovrebbero essere più originali, più gioiose, più coinvolgenti e personalizzate. Ma finché vi saranno cristiani che misurano la bellezza dell’omelia dalla sua brevità, finché i genitori accompagneranno in chiesa i figli in auto e andranno al bar durante la celebrazione, finché gli adulti si vergogneranno del Vangelo, che cosa potremo aspettarci dalle nuove generazioni?

Certo, le immagini evangeliche vanno capite, a cominciare da quella del Buon Pastore. Oggi Gesù si presenta come il Pastore “bello e buono” (in ebraico: “tob”), figura che, se fraintesa, può suscitare due effetti: da una parte, la possibile reazione di rifiuto dell’idea di essere noi delle pecore; dall’altra, la percezione in chi l’accoglie di un messaggio edulcorato, di un’immagine sdolcinata. Di diverso avviso è colui che coglie il cuore del messaggio, espresso con un discorso provocatorio che invita a una scelta radicale. Gesù afferma di conoscere le sue pecore, e, nel linguaggio biblico, “conoscere” significa amare e fare l’amore, avere una relazione intima coinvolgente e profonda. Proclama di voler fare della sua vita un dono per ciascuno di noi. Vuole offrirci non una vita qualsiasi, ma una vita speciale, un’abbondanza di vita e una salvezza integrale. Ci costituisce come comunità che crede nell’amore. Un amore da intendere anche nel senso etimologico della parola, che ha vari significati: bramare, desiderare, valorizzare e strappare dalla morte…

Il Pastore buono e bello ha promesso di darci la vita eterna e a questo scopo resta con noi sempre, fino alla fine del mondo. Anche oggi? Come cercarlo e trovarlo nella notte dell’umanità? Dove si nasconde? Possiamo vederlo nelle tenebre della ragione? Pensarlo presente nella marea di persone che muoiono di fame e sono vittime delle innumerevoli guerre che affliggono l’umanità?

Passano i secoli e la storia non insegna nulla a nessuno: “Ancora tuona il cannone. Ancora non è contenta di sangue la belva umana. Ancora ci porta il vento” (Guccini). È possibile non indignarsi e non scandalizzarsi di fronte al baratro in cui è caduta l’intelligenza umana? Significative le parole di papa Francesco che invita a vergognarci perché non ci vergogniamo più.

Sperimentiamo come vere per noi le parole di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni” (Matteo 28,20)? Nonostante la vita non sia “un privilegio per pochi e una fatica per molti, ma per tutti un impegno”, quanto è diverso vivere in Europa, rispetto al tenore di vita dei Paesi impoveriti! Là, troppe persone sono in una situazione permanente di dolore e sono tentate di rivolgersi a Dio con lo straziante grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio! Perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,46; Marco 15,34). Eppure, gli africani che sopravvivono sanno danzare la vita.

In Africa si muore di fame. Da noi si muore per mancanza di fede, di amore, di un senso da dare alla vita.

Molte persone avvertono ancora la nostalgia di Dio, ma non leggono il Vangelo, non parlano del Signore, hanno paura a cercarlo perché sanno già quale sarebbe la risposta di Cristo: “Se mi cerchi nell’alto dei cieli o davanti al tabernacolo, mi troverai sul volto dei tuoi fratelli, soprattutto dei più poveri”.

Gesù afferma che i suoi ascoltano la sua voce. Se lo facessero, avrebbero tutto da guadagnare anche a livello umano. Porrebbero le premesse per una società in cui regni quella giustizia che è indispensabile per creare un mondo di pace.

I nostri leder, in ogni campo (politico, sociale, finanziario e religioso), possono sbagliare, fare del male, curare i propri interessi personali invece di quelli della comunità. Noi abbiamo il diritto e il dovere di indignarci di fronte a tutte le forme di ingiustizia, senza comunque esimerci dal fare la nostra parte, e ricordando che abbiamo tutti i piedi per terra: la Bibbia dice che tutti sbagliamo, siamo “portati via dal vento, come foglie d’autunno”. Pecchiamo a scapito nostro e a danno del bene comune. E quando siamo tentati di puntare il dito contro gli altri, dovremmo guardare la nostra mano: ne puntiamo tre contro di noi.

Cristo, che ci sprona a essere una comunità in cammino verso l’ideale di essere perfetti e misericordiosi come il Padre, si aspetta da noi la coscienza della nostra responsabilità, davanti a Dio, in proporzione ai doni, ai talenti ricevuti. Quando compariremo davanti al Signore, nell’ultimo giorno, non ci chiederà che posto abbiamo occupato nella società (capo di stato, papa, sindaco, medico, parroco, suora…). Ci chiederà piuttosto: “Come hai vissuto il tuo Battesimo, in virtù del quale tu sei costituito profeta, sacerdote e re? Hai moltiplicato i tuoi talenti? Hai cercato Dio insieme ai tuoi familiari? Hai sentito come tua la fame di pane e di amore di tanti tuoi fratelli sparsi per il mondo? Quanti soldi hai sprecato senza renderti conto che con venticinque centesimi avresti potuto sfamare un bambino africano, almeno per un giorno?”. 

Ringraziamo il Padre che ci ha dato la vita e vuole che viviamo in pienezza questa nostra esistenza, glorificandolo nel nostro corpo fatto a sua immagine.

Ringraziamo Cristo che, come Pastore bello e buono, è sempre pronto a perdonarci e a darci la grazia di tornare da capo, cercandolo nella preghiera e trovandolo nei fratelli.

Ringraziamo lo Spirito Santo che ci dà la forza di lavorare per un mondo in cui, accolte e valorizzate le differenze tra i popoli, dialogando con tutti, condividendo i beni potremo creare la pace. Non la falsa “pace” del mondo fondata sulla corsa alle armi, ma quella basta sulla giustizia. La pace che nasce dalla fraternità universale. La pace che non è qualche cosa, ma Qualcuno: “Cristo, nostra pace” (cfr Efesini 2,14).

                                                           Valentino Salvoldi

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