Quinta domenica di Quaresima 2022, anno C

Viaggio verso la riconciliazione

Così dice il Signore,
che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,
si spensero come un lucignolo, sono estinti:
“Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa”.

(Isaia 43,16-19)


“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”.

Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno”.

(Giovanni 8,10-11)

Viaggiare per poter raccontare e riconciliarsi

“Meta del viaggio è viaggiare”, canta Fabrizio De André. Si può aggiungere: “Meta del viaggio è raccontare le meraviglie che la Provvidenza incessantemente opera in noi, continuamente rigenerati dal perdono e inondati di misericordia”. È bello infatti condividere esperienze che, mentre danno vita all’istante presente, ci permettono di sognare, di pensare con fiducia alle realtà future, di camminare continuamente rinnovati dal perdono del Signore.

Il senso di provvisorietà che accompagna ogni viaggiatore insegna a non aspettare la partenza per dire a una persona: “Ti voglio bene”. Incoraggia a esprimere il nostro bisogno d’amare e di essere amati. Mette in evidenza il fatto che siamo tutti mendicanti d’amore. Amore che chiediamo a tante persone che, nella loro bellezza limitata, ci rimandano alla Bellezza assoluta: Dio.

E passando di gente in gente, si scopre la saggezza popolare che ci invita a non stancarci di camminare, con un cuore sempre nuovo, per le strade del mondo. Questo, scrive Sant’Agostino, è come un libro e chi non viaggia… ne legge solo una pagina. Inoltre la sapienza delle varie culture ribadisce l’idea che, viaggiando, si possono incontrare persone belle – dotate cioè dello splendore della verità – che invitano a cercare Dio e a lasciarsi da Lui cercare, a pregare con costanza, a studiare tanto e a scegliersi un maestro di vita. Questi allarga i nostri orizzonti, insegnandoci che noi viviamo tante esistenze quante sono le persone che amiamo, i Paesi che visitiamo e le lingue che parliamo. 

Dio ha educato il suo popolo mettendolo prima in contatto con gli Egiziani, poi facendolo camminare per quarant’anni nel deserto, portandolo allo scontro con le popolazioni della Terra Promessa, mandandolo settant’anni in schiavitù a Babilonia… con intenti solo a lui noti e con i suoi tempi: mille anni, per Lui, sono come il giorno di ieri (cfr. Salmo 90).

Cristo, in seguito, ha educato i suoi discepoli facendoli peregrinare per tre anni sulle polverose strade della Palestina, nel viaggio verso Gerusalemme, là dove il Profeta muore fuori dalle mura e dove risorge per chi lo cerca con un cuore povero, puro e semplice come quello di un bambino.

Risorge per riconciliarci con noi stessi, con l’umanità e con il Padre, desideroso di perdonare più di quanto noi lo siamo di peccare.

Domenica scorsa abbiamo meditato il vangelo del Padre prodigo, alla luce dell’accorato invito della seconda lettura: “Vi supplico in nome di Dio: lasciatevi riconciliare”. Il vangelo dell’adultera ci mostra l’apice della divina misericordia. Ci mette sulle strade del mondo come persone chiamate a non giudicare mai e a perdonare sempre. Ci mostra quanto sapientemente illogico sia l’amore.

Che l’amore vada meritato è il punto di vista di chi ragiona secondo la logica umana. L’ottica di Cristo è diversa: Egli viene al mondo chiedendo di lasciarsi amare. Messaggio sconvolgente. Neanche la Chiesa primitiva l’aveva capito.

Ne è un esempio il brano dell’adultera. Originariamente faceva parte del Vangelo di Luca (era collocato dopo il v. 38 del cap. 21), ma successivamente è stato omesso: nessuna comunità lucana voleva riconoscerlo come parte integrante del messaggio evangelico. È stato in seguito “adottato” da Giovanni e inserito all’inizio del capitolo ottavo.

Scribi e farisei, la sinagoga, la “Chiesa” condannano l’adultera; Cristo invece, sfidando il potere costituito, la inonda d’amore e le dona la pace.

Si potrebbe parlare di forza destabilizzante del brano, se non fosse che Cristo accomuna tutti – anche noi – sotto l’insegna della fragilità umana, della facilità a peccare, perché tutti possiamo sperimentare la gioia di accogliere l’amore di Dio, non per merito nostro, ma perché ne abbiamo bisogno.

Gesù riabilita la donna che, in realtà, era una ragazza promessa in sposa a un giovane, con il quale avrebbe iniziato la vita matrimoniale al sopraggiungere del quattordicesimo anno. Si capisce ciò dal fatto che la donna sposata e colta in flagrante adulterio veniva trascinata per le vie del paese, con una corda al collo, mentre colei che non era ancora passata a nozze, allorché tradiva il promesso sposo, veniva lapidata…

Gesù va oltre la legge antica: non giudica, non umilia, non condanna. Mette scribi e farisei in una situazione di grande disagio. Riveste di dignità la ragazza, invitandola a camminare in pace, a mettersi di nuovo sulle strade della vita rafforzata dalla gioia di essere stata perdonata. Egli non le intima: “Non peccare più”. È troppo realista per farlo: sa che il santo pecca sette volte al giorno. Si limita a dire: “Va’ in pace”. La frase: “Non peccare più” è un’aggiunta tardiva, non necessariamente in linea con il pensiero di Cristo. A Lui basta che ci mettiamo in cammino, con la volontà di risorgere e di riaccostarci al sacramento della Riconciliazione, lasciandoci perdonare “settanta volte sette”. Cioè, sempre.

Preghiamo

Spirito Santo, Spirito di novità e di freschezza, Spirito di inaudita misericordia, mettici costantemente a contatto con persone di culture e religioni diverse dalla nostra. Insegnaci ad apprezzare sempre più il dono della fede, il privilegio d’essere cristiani, l’intima gioia di vivere il nostro Battesimo che ci proietta sulle strade del mondo come profeti, sacerdoti, re e missionari.  Facci scoprire e ricordare le meraviglie che tu vai operando in questa umanità, anche là dove infuria la guerra, dove ancora esistono miseria e fame. Là dove abbonda il nostro peccato, cancellato dalla tua sovrabbondate misericordia. Donaci occhi per vedere la tua bontà liberatrice, perché in ogni persona tu poni semi di speranza. Non stancarti di inondarci del perdono. Donaci, infine, la volontà di raccontare e condividere esperienze e invitare qualcuno a salire sulle nostre spalle, perché veda più in là di quanto noi riusciamo a vedere. Qualcuno che ci aiuti a sognare un mondo riconciliato. Un mondo di pace.

                                                                    Valentino Salvoldi

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