Quarta domenica di quaresima, anno C 2022

La “vendetta” del padre prodigo

(Luca 15,11-32)

“Lasciatevi riconciliare”

“Adesso il Signore si sta vendicando di me. Il ragazzo che mi ha messa incinta non mi vuole più vedere. Ho abortito. Davanti a me una vita miserabile…”. Così mi dice una giovane ragazza, in lacrime. Non mi chiede l’assoluzione, perché afferma che il suo cuore grida forte il suo peccato. Le sussurro che Dio è più grande del suo cuore e le chiede di lasciargli fare festa in Cielo quando le darò il suo perdono. Mi ripete: “No! È giusto che il Signore si vendichi, perché Lui mi ha dato tutto e io ho distrutto la vita di mio figlio e ora sto distruggendo la mia”. Le leggo il brano della seconda lettura di oggi, soffermandomi sulla frase: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare” (2Corinzi 5,20). Le regalo il libro Uno di noi è Dio, invitandola a leggere, per un anno, una pagina al giorno, meditando il Vangelo alla luce dell’idea che noi possiamo stare senza Dio, ma Lui non riesce a stare senza di noi. E, riprendendo le sue parole, le assicuro che la “vendetta” di Dio sul male consiste nel cambiarlo in grazia. Prendere il carbone del nostro spirito   e farlo diventare diamante.

Dopo tre mesi torna a trovarmi, per confessarsi. Le chiedo se sia pronta a perdonare il giovane che l’ha lasciata…

Ora, lei e colui che l’aveva abbandonata, sposati, hanno quattro figli. Si sono lasciati riconciliare.

Sono ritornati alla casa del Padre, come il figliol prodigo e sono inseriti nella loro comunità come catechisti, testimoni della gioia di lasciarsi riconciliare.

Il Vangelo della misericordia

La Buona Novella proclamata da Luca e chiamata Vangelo dello Spirito Santo-Amore, Vangelo della misericordia e Vangelo della fratellanza trova il suo apice nella parabola del “padre prodigo”.

Non pochi individui hanno sperimentato l’angoscia d’attendere una persona amata che se ne è andata da casa sbattendo la porta. Nell’attesa, le ore non passano mai, soprattutto nelle lunghe notti in cui i fardelli si fanno più pesanti. I minuti paiono eternità, mentre si guarda all’orizzonte e ogni sagoma umana che avanza nelle tenebre fa sobbalzare il cuore…

Più passa il tempo, più sembrerebbe logica la sfuriata di chi ha tanto atteso, sofferto e sperato. Invece – miracolo dell’illogicità dell’amore –, quando finalmente c’è il ritorno a casa, colui che tanto soffrì nell’attesa dimentica le ore d’inferno trascorse e butta le braccia al collo della persona cara ritrovata.

Che felicità essere attesi così! Che sconvolgimento interiore rendersi conto che l’amore può regnare al di là del dare e del ricevere, al di là della logica basata sui meriti! Chi ama non calcola, non fa ritorsioni, non si vendica, non ricorda l’ingiuria subita: “Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,7).

Così si comporta il genitore della parabola che andrebbe intitolata Il padre prodigo. Quando il secondogenito gli chiede la sua parte di eredità e se ne va, quanto più s’allontana materialmente da casa, tanto più scende in profondità nel cuore del padre che, dalla terrazza, lo vede allontanarsi da lui. Ai bagordi sopraggiunge la miseria, ed ecco quel figlio del padrone ridotto a essere guardiano dei porci – la peggior umiliazione per un ebreo – e a competere con questi, strappando loro di bocca le carrube per potersi sfamare. Non fosse altro che per convenienza, meglio tornare a casa, e lavorare come i servi di suo padre.

Ed ecco che questi, prodigo nell’amore, non solo non rimprovera né punisce, ma accoglie l’errante con una grande festa. Il papà non ascolta la confessione del figlio, perché la gioia per il suo ritorno lo porta a vedere al di là della sua colpa. Fuori di sé, folle d’amore, grida: “Facciamo festa!”. E anziché rinfacciare al figlio i suoi sperperi, gli dona il suo anello: gesto che equivale a renderlo di nuovo “padrone”, insieme a lui, di tutti i suoi beni.

Comprensibile l’invidia e l’ostilità del primogenito che non vuole vedere il fratello, né considerarlo tale: “Questo tuo figlio…”. E il padre lo corregge: “Questo tuo fratello!”.

Il primogenito, il giusto, colui che è sempre rimasto con il padre senza neppure chiedere un capretto per far festa con gli amici, mostra la sua miopia e l’ingratitudine di non rendersi conto che è stato più fortunato del fratello. Infatti, gli è stata risparmiata la caduta nel male, e ha sempre goduto dei beni paterni: “Tutto ciò che è mio è tuo…”. Si rifiuta di entrare in casa e d’incontrare il fratello. Ecco allora l’opera di mediazione del padre, che vorrebbe far capire al primogenito che il figlio minore ha sbagliato, ma non si identifica con il suo peccato. Suo compito è intervenire perché senza di lui, vivente immagine di Dio, impossibile sarebbe la riconciliazione. Impossibile che gli estranei o gli “estraniati” si riconoscano fratelli.

Riconciliazione con la comunità

Di fronte a qualsiasi situazione di peccato, il cristiano, confessandosi, si riconcilia con Dio. Di Lui ha estremo bisogno per riallacciare i ponti con i fratelli di sangue e la comunità. Purtroppo il “narcisismo” (l’alto concetto che una persona ha di sé, al punto di non accettare la degradante situazione di aver peccato) penalizza quei cattolici che, dopo un grave sbaglio o peccato, scompaiono dalla comunità, e non hanno più il coraggio di tornare a celebrare la festa nell’Eucaristia domenicale e, addirittura, cambiano paese…

Questo comportamento non è conforme all’insegnamento di Gesù, che ci chiede di amare noi stessi e il prossimo come Lui ci ama. Non ci vuole ripiegati sul nostro peccato. L’abbiamo confessato? Non esiste più! Ricevuta l’assoluzione, siamo chiamati a vivere da risorti, a riscoprire la nostra bellezza, i nostri doni, la nostra unicità, la nostra immensa potenzialità di cambiamento, di crescita e di amore. Grandi cose possiamo ancora fare, se crediamo nella misericordia di Dio e in noi stessi.

Non hanno importanza la nostra età, la nostra cultura, gli errori che abbiamo compiuto… Noi siamo amati, nonostante tutto. Possiamo quindi tornare a vivere bene, grati alla Provvidenza per il privilegio d’invecchiare, di cogliere in ogni attimo del nostro precario vivere un frammento di immortalità, di godere per la riconciliazione con ogni persona e sentire ciascuno come nostro fratello. Godere pensando che la vendetta del Padre prodigo consiste nel trasformare il peccato in grazia. 

                                                              Valentino Salvoldi

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