Terza domenica di Quaresima 2022, Anno C

“Ma se non vi convertite,

perirete tutti allo stesso modo” (Luca 13,2-3)

La crisi è una opportunità per vagliare il nostro cuore, vedere quali sono i nostri valori e scoprire se Dio basta a riempire la nostra vita. Nei momenti di crisi è opportuno affrontare la sofferenza, i dubbi, le inquietudini ritirandosi in un luogo privilegiato: il deserto. Ritirarsi nell’immensa distesa del nulla, nella completa aridità, nel silenzio per fare chiarezza dentro di sé e per chiedere al Signore di parlarci.

In Africa, quando sono stanco, addolorato da tanti problemi legati soprattutto alla morte per fame di tanti bambini, spesso mi ritiro nel deserto. Luogo tremendo e affascinante.

Tremendo: sabbia, sabbia e solo sabbia e il vento che sposta le dune, cancella la strada e scava dentro di me come una trivella.

Affascinante: il silenzio mi ridimensiona, mi ridona armonia e lascia allo Spirito Santo lo spazio per parlare.

Faccio mia l’esperienza del “Piccolo Principe”: “Ho sempre amato il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…”.

Il silenzio, il nulla e il vuoto diventano mezzi privilegiati per incontrare Dio che si rivela nascondendosi. Dio che, per manifestarsi, non si serve dell’esteriorità, ma dell’intimità; non di molte parole, ma del silenzio; non di molte cose ingombranti, ma dell’essenzialità del vuoto. Di quel vuoto che suscita in noi la nostalgia di una Presenza.

Tutti i grandi della storia sono passati attraverso il silenzio, il monastero, la clausura e il deserto. Abramo è chiamato nel deserto e messo alla scuola delle silenziose stelle, per ottant’anni: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. Tale sarà la tua discendenza” (Genesi 15,5). Ma quanto lunga e dolorosa sarà l’attesa!
Mosè vive per quarant’anni nel deserto per discernere la sua vocazione, poi ne trascorre altri quaranta per liberare il suo popolo e purificarlo in quell’arida solitudine.

E nel deserto il grande liberatore degli Ebrei – leggiamo nella prima lettura – incontra Dio come roveto ardente, fiamma che brucia senza consumarsi: un Dio che lo purifica, lo rende essenziale nelle sue scelte e nello stile di vita. Un Dio che lo chiama a liberare il suo popolo onorando ogni essere umano, davanti al quale, come presso il roveto ardente, si toglie i sandali in segno di rispetto. Un Dio che chiama il suo popolo alla conversione: cambiamento di mentalità, liberazione dagli idoli e passaggio dalla legge all’amore.

E quello che il Padre si aspetta dalla liberazione degli Ebrei, schiavi in Egitto, è quanto si aspetta Cristo dalla sua gente: vuole creare in essa un cuore nuovo, uno spirito nuovo attraverso una continua conversione. Vediamo ciò nel Vangelo odierno.

La gente interpreta una strage di Palestinesi ordinata da Pilato e il crollo della torre di Siloe, che aveva provocato la morte di diciotto persone, come una punizione divina per i peccati di quelle vittime, e, ritenendosi giusta, si crede al riparo da tali incidenti, pensando di non avere nulla da cambiare in meglio nella propria vita. Gesù non vuole discutere di questi eventi, non dà una spiegazione del senso della sofferenza: non è venuto al mondo per spiegare il mistero del male, della guerra, della morte, ma per prendere su di sé il nostro dolore e starci accanto nella sofferenza. Non risponde alle domande, ma lancia una sfida: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. (Luca 13,2-3). E invita a riflettere su quei fatti per un maggiore impegno nel cammino di conversione, perché è proprio l’allontanarsi dal Signore, il non percorrere la strada di un vero e profondo ravvedimento e riscatto di se stessi che porta alla morte, quella dell’anima.

Quando parliamo di conversione siamo tentati di pensare agli altri, a quelli che riteniamo peccatori, non cercano Dio e fanno del male al prossimo, con l’indifferenza fratricida o addirittura con la guerra.

Dovremmo, invece, renderci conto che la conversione è per tutti noi, perché quando ci sentiamo giusti ci arrocchiamo in noi stessi, siamo tentati di giudicare gli altri, tagliare i ponti e scomunicare chi non pensa e agisce come noi. Chi si reputa giusto, praticamente dice al Signore che non ha bisogno di Lui, che è venuto al mondo per i peccatori. Chi si reputa giusto dimostra di vivere lontano dalla luce, perché solo esponendoci al sole noi vediamo le nostre ombre. I santi si confessano continuamente. Papa Giovanni XXIII tutti i venerdì, alle tre del pomeriggio, stava inginocchiato per terra davanti a un povero frate che ascoltava la sua confessione per un’ora…

Il cristiano che vuol vivere il messaggio evangelico della misericordia cerca di convertirsi continuamente alla scuola della bellezza della Parola, del comandamento dell’amore e dello spezzare il Pane eucaristico. Vive la gioia di una continua conversione:

–         conversione spirituale: riparte sempre da Cristo, messo al centro della sua vita;

–         conversione morale: fa discernimento di ciò che è bene e ciò che è male per sé e per la comunità;

–         conversione intellettuale: si sforza di capire gli altri, le diverse culture; valorizza i semi di verità, bontà e bellezza nascosti in ogni persona e in tutte le comunità;

–  conversione religiosa: vive il sacramento della Riconciliazione come una festa, applicando il seguente metodo più volte suggerito. Confessione di lode: ringraziamento al Signore per una particolare grazia ricevuta. Confessione della propria vita: ammissione in modo particolare di quei peccati che impediscono l’intimità con Dio. Confessione della propria fede: guardando al futuro, formulazione di un proposito facilmente controllabile per incrementare il proprio cammino di conversione.

    Un cammino che ci permetta di sperimentare “quanto poco si conoscono la bontà e l’amore misericordioso di Gesù!” (Santa Teresa di Gesù Bambino). Sperimentare che “la misericordia è la più grande di tutte le perfezioni, perché è opera più grande perdonare che creare il mondo” (San Tommaso d’Aquino).

                                                                  Valentino Salvoldi

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