Seconda domenica di Quaresima Anno C 2022 (Luca 9,28-36)

Per liberare la nostra bellezza

 “Mentre Gesù pregava”.

(Luca 9,29)

La preghiera iniziale della liturgia odierna ci introduce al messaggio del Vangelo di Luca, che commenteremo tenendo presente anche il brano parallelo di Matteo riguardo alla Trasfigurazione:

“O Padre,
che hai fatto risplendere la tua gloria
sul volto del tuo Figlio in preghiera,
donaci un cuore docile alla sua parola
perché possiamo seguirlo sulla via della croce
ed essere trasfigurati a immagine del suo corpo glorioso”.

L’evangelista Matteo ci indica il contesto in cui avviene la Trasfigurazione: elemento importante, perché i brani evangelici si capiscono meglio se inseriti nel preciso contesto in cui un episodio accade.

Matteo comincia così: “Sei giorni dopo”. Non è un riferimento solo cronologico, ma anche teologico. Vuol dire: sei giorni dopo lo scontro drammatico che Gesù ha avuto con i suoi discepoli, in particolare con Pietro, che tenta Cristo per dissuaderlo dall’andare a Gerusalemme, onde evitare di morire in croce. I discepoli ritengono la morte di Cristo un fallimento totale.

Sei giorni dopo, Gesù sale su un alto monte accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni. Si tratta del monte Tabor? Oppure dell’Ermon? Non ha importanza il luogo geografico, ma il messaggio teologico insito in quella ascesa: è il monte che ciascuno di noi deve salire, in preghiera, per potersi trasfigurare.

Gesù prende con sé il “tentatore” Pietro, per insegnare che la condizione divina non si ottiene dominando, ma dando la vita per gli altri. Prende con sé anche Giacomo e Giovanni, le colonne della Chiesa primitiva. Chiesa fondata sugli apostoli e costituita da tutti noi. Questo sarà il tema che svilupperemo durante la settimana, chiedendoci: “Chiesa, dove sei?”. “Chiesa, dove vai?”. “Ci rendiamo conto che noi siamo la Chiesa?”.

Sul monte avvieneuna metamorfosi, una affascinante trasformazione. Il volto di Cristo brilla come il sole, per manifestare la pienezza della condizione divina. Questo il messaggio: “Cristiano, non aspettare la morte per rivelare te stesso e la luce che è dentro di te. Non aver paura della morte: guarda a Gesù! Morendo diventerai raggiante come Lui. Se tu ami hai già sconfitto la morte”.

Accanto a Cristo appaionoMosè ed Elia, che conversano con Lui sul tema della morte. Sono i rappresentanti di tutto il popolo dei secoli passati. Sono la sintesi dell’antica Legge e della profezia. L’antica Legge che non salva: salva l’amore predicato e testimoniato da Cristo. E salva quella profezia che si rivela in Gesù, Figlio di Dio.

Questa rivelazione è una realtà troppo bella, grande e nuova per essere compresa. Pietro non la capisce e, a sproposito, prende la parola: “È bello per noi essere qui”. Dietro un’affermazione apparentemente mistica si cela la tentazione all’immobilismo, all’intimismo. Pietro non guarda in avanti, né alla necessità di mettersi sulle polverose strade della terra. Vuole fermarsi per godere, da solo, il privilegio di essere “l’amico del Figlio di Dio”. Inoltre, Pietro è occasione di inciampo e di scandalo. Pensa ancora “secondo gli uomini e non secondo Dio” (cfr. Marco 8,33). Mostra di attendere quel Messia trionfatore che sarebbe dovuto venire durante una festa popolare, la Festa delle Capanne (o delle Tende). Un Messia in grado di liberare la Palestina dal giogo dei Romani.  

La frase senza senso di Pietro è interrotta da un’altramanifestazione divina, espressa dall’immagine della nube luminosa e dalla voce che viene dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”. Voce che interrompe bruscamente l’intervento insensato del primo degli apostoli. Dio Padre lo blocca per annunciare che non vanno seguiti né il legislatore Mosè, né il violento profeta Elia, ma che va preso a modello il Figlio, Colui che assomiglia al Padre, Colui che è l’Erede. Il messaggio è questo: l’Antico Testamento va interpretato e applicato solo nelle idee, nelle proposte e negli atteggiamenti che sono in linea con l’insegnamento di Cristo. 

Alla voce del Padre, idiscepoli cadono faccia a terra: Giacomo e Giovanni capiscono che, pensando come Pietro, hanno sbagliato. Anch’essi aspettano un regno, per il quale chiederanno “di essere assisi uno alla destra e uno alla sinistra di Gesù” (cfr. Marco 10,37). Uno “ministro degli esteri” e l’altro “ministro degli interni”…

La voce dal cielo li mette sulla strada giusta: “Ascoltate Lui. Non fate come gli Ebrei che hanno abbandonato la sorgente d’acqua viva per costruirsi cisterne screpolate” (cfr. Geremia 2).

Qui il testo evangelico ci insegna l’importanza di vivere con un cuore che ascolta, di imitare i monaci che fanno digiuno di parole, per dare spazio alla Parola di Dio. E questo dovrebbe essere il comune proposito dei cristiani, specialmente durante i quaranta giorni della Quaresima: digiuno di parole e digiuno televisivo.

“Appena la voce cessò, restò Gesù solo”, dice l’evangelista Luca, mentre Matteo continua il racconto affermando che Gesù dice ai discepoli: “Alzatevi e non temete” (17,7) e li tocca con lo stesso gesto adoperato per guarire gli infermi e risuscitare i morti. Li sprona ad alzarsi affinché si mettano al servizio del prossimo. 

I discepoli non capiscono nulla. Sono condizionati dall’insegnamento degli scribi e dei farisei, i quali parlano di un Messia che sarebbe stato preceduto dal profeta Elia, ritornato in terra per preparare, per spianare la strada all’Inviato del Padre. 

Ed ecco un’altra rivelazione:Elia è Giovanni il Battista. Questi non fu accettato perché era un nonviolento; diceva infatti che il Regno sarebbe stato edificato attraverso la conversione, non attraverso la distruzione dei nemici. La nonviolenza… Se i cristiani avessero compreso il Discorso della montagna, preceduto dall’insegnamento del Battista, non saremmo ora addolorati per le tante guerre che si combattono nel mondo, soprattutto per l’assurdo attacco all’Ucraina da parte della Russia. Situazione che dovremmo risolvere non moltiplicando le armi, ma le preghiere, perché la pace si fa in ginocchio.

Meditando il Vangelo della Trasfigurazione siamo chiamati a porci le seguenti domande:

  • Che immagine abbiamo di Dio? È il “Servo sofferente” di cui parla il profeta Isaia o il trionfatore che si impone con la violenza e sconfigge i nemici? 
  • Abbiamo fatto un’esperienza di fede in un Dio considerato “Abba -Papà”? Egli è per noi un Padre tenero e misericordioso, oppure un giudice temibile, come un soldato pronto a condannarci e a spararci addosso?
  • Ci accostiamo a Cristo presumendo di dargli dei consigli, come Pietro-“Satana”, oppure, pentiti, ci mettiamo ai piedi della croce, come l’evangelista Giovanni?
  • Che spazio diamo allo Spirito Santo, il Dio-Amore, che vuole vivere, sperare e amare in noi e attraverso noi?
  • Ci rendiamo conto che la bellezza del nostro animo, la bellezza quale splendore di verità, viene fatta da noi emergere attraverso la preghiera? Chi è bello dimostra di vivere in Dio, di dimorare nel suo amore. Chi è brutto (chi non si accetta, vede solo cose negative e compie il male) tragga le conclusioni: dimostra di non pregare e ha già un anticipo di inferno qui in terra. Non si trasfigura come Gesù, mentre stava pregando. Non libera la bellezza del suo spirito.

                                                                   Valentino Salvoldi

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