I costi della pace

Ti benedica il Signore e ti custodisca.

 Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

Con queste parole Dio ordina a Mosè di benedire il popolo. La preghiera ebraica di benedizione è la “beraka”: augurio di una benedizione caratterizzata dalla fertilità. Fertilità fisica: la gioia di diventare padri e madri di figli che allietano i genitori, li fanno rinascere con loro, portano al mondo i freschi sogni di Dio. Ma anche fertilità spirituale: concepire continuamente nuove idee, allargare i propri orizzonti, sperimentare la gioia di aiutare il prossimo a crescere in sapienza e grazia.

Il Signore vi benedica e vi dia la pace. Pace: “Shalom”, ossia la totalità dei beni. E apice della pace è Gesù, come categoricamente afferma San Paolo: “È Cristo la nostra pace” (cfr Efesini 2,14).

Ma che volto ha quella pace che all’inizio del nuovo anno la Chiesa ci augura, mostrandoci Gesù tra le braccia di sua Mamma, proclamata Madre di Dio?

Ascoltiamo le parole del vescovo Tonino Bello che, commentando il versetto di Isaia “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello” (11,6), parla dei costi della pace: “La pace ha dei costi altissimi. I prezzi stracciati destano sospetto. Gli sconti da capogiro inducono a credere che la merce è avariata. Le svendite fuori stagione sanno di ambiguità. La pace non è il premio favoloso di una lotteria che si può vincere col misero prezzo di un solo biglietto. Chi scommette sulla pace deve sborsare in contanti monete di lacrime, di incomprensioni e di sangue”.

All’inizio del Cristianesimo, molti credenti hanno pagato con il sangue la loro testimonianza di fede in “Cristo, nostra pace”. Guardando a Lui e ai testimoni del Vangelo, la Chiesa sente il bisogno di pregare perché nel mondo regni quella giustizia che è indispensabile per ottenere la pace, mentre si fa voce critica nei confronti di chi è indifferente di fronte a questa umanità schiacciata dai crimini di guerra e umiliata dal fatto di assistere passivamente alla tragedia di chi muore per mancanza di pane e di amore.

Ma nonostante tutte le ingiustizie, le tensioni, i conflitti e le guerre, il credente non perde la speranza. Cerca persone di buona volontà che condividano sogni di pace. Lavora perché a nessuno manchino il pane materiale, la fede e l’amore. Combatte contro l’indifferenza fratricida di chi pensa di salvarsi cercando il Dio del cielo mentre ignora il Dio che agonizza nel corpo del fratello.

La liturgia del primo giorno dell’anno ripropone il Vangelo della notte di Natale: i pastori di Betlemme dormivano, ma all’improvviso la loro quiete è stata disturbata da un annuncio che li obbligava ad alzarsi, mettersi in cammino, andare alla ricerca della verità: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore” (Lc 2,11).

“Per voi”: per voi, pastori, che siete ingiustamente considerati impuri e peccatori, perché non avete una stabile dimora e vivete con le bestie.

“Per voi”: per quanti si decidono ad alzarsi, a lasciare la sicurezza garantita dagli amici, dal recinto, dal cane di guardia e a mettersi in cammino nell’oscurità.

Che cosa ci suggerisce questo Vangelo? Per trovare il Salvatore bisogna dare fiducia agli angeli che appaiono in sogno.

Ma se il sogno fosse menzognero? Bisogna dare credito ai sogni di una quattordicenne, Maria, e a quelli del suo giovane marito, Giuseppe. Due sposi con un bambino tra le braccia. I loro sogni e la loro sconcertante semplicità adombrano un ineffabile mistero. Essi ci mostrano Cristo. Vogliono che anche noi lo prendiamo in braccio. Ci invitano a fare esperienza del privilegio di credere in quel Dio che si è fatto uomo, per rendere noi Dio. Per lasciarci avvolgere della luce del Mistero. Per darci la forza di cambiare vita.

Il Natale non è solo una realtà da contemplare, ma un mistero che scombussola le certezze umane. Ci obbliga a vegliare nella notte per ascoltare la Parola, a lasciare le nostre certezze per fare un salto verso l’ignoto, a vedere un bambino e adorarlo come nostro Dio, a soccorrere il povero considerandolo “la carne stessa di Cristo”.

Come concretizzare questo discorso nel nostro quotidiano per essere veri operatori di pace?

  • Innanzitutto dobbiamo renderci conto che la pace si fa in ginocchio. Senza preghiera non avremo la pace nel cuore, conseguentemente non potremo comunicarla ai familiari e diffonderla nell’ambiente in cui viviamo.
  • Siamo chiamati tutti a dare il meglio di noi stessi, facendo agli altri quel bene che vorremmo per noi.
  • Senza il perdono non ci sarà mai la pace. Perdono che deve essere sincero, incondizionato e gratuito. Perdono che va dato non perché lo meriti chi ci fa del male, ma perché noi meritiamo la pace. Senza di essa avremo sempre l’inferno nel cuore.
  • Dobbiamo imparare ad accettare e valorizzare le differenze cercando al tempo stesso ciò che ci unisce, presupposto per trovare la pace che ci proviene da quel piccolo Bambino.

Gli auguri che ci scambiamo all’inizio di quest’anno siano rafforzati dalla certezza che la Madre di Dio e nostra, Maria, intercede per noi. Auguri che si fanno preghiera: Dio crei in noi un cuore nuovo. Ci doni una vita nuova in Cristo. Ci renda operatori di pace.

                                                                              Valentino Salvoldi

Una opinione su "I costi della pace"

  1. Caro don Valentino.
    Grazie. Vorrei ancora dirti : auguri. Anche a te.
    Aiutami a restare in ginocchio.
    In unità di preghiera.

    Maria Vittoria.

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