Non un Sinodo di carta, ma di carne

(Seconda parte) “Anticipi di fiducia”: incoraggiamento reciproco

La sinodalità implica la ferma coscienza che gli altri ti aiutano a scoprire la tua chiamata e ti incoraggiano a scendere in campo, a gareggiare nello stimarsi a vicenda, a rivolgere a tutti uno sguardo d’amore e di fiducia.

La sinodalità è uno stimolo a spogliarci, prendere la propria e l’altrui croce, tacere a lungo di fronte al Crocifisso prima di parlare, essere umili e accettare le eventuali umiliazioni come grazia, come beneficio per uccidere l’orgoglio che non ci consente di scoprire l’altro e noi stessi come “bisogno d’amare e di essere amati”.

La Chiesa ha tre compiti specifici: insegnare, santificare e governare. Nessuno può illudersi di essere preparato in tutti e tre questi campi. Per questo la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes, già oltre sessant’anni fa, parlavano dell’impegno che i laici – in base ai diversi doni-carismi ricevuti da Dio – devono prendersi nella Chiesa: essere profeti, sacerdoti, re e missionari.

Purtroppo il meglio del Concilio non è ancora attualizzato. Molti sostengono che la causa della presente situazione di crisi del popolo di Dio – che sperimenta un senso di non appartenenza e vive “liturgie tristi – sta nel fatto che troppi sacerdoti considerano la parrocchia come loro feudo, decidono da soli, entrano in una comunità con la presunzione di renderla migliore rivoluzionando tutto con le loro forze. Agiscono – dice papa Francesco – in modo “rigido e autoreferenziale”. Non si rendono conto che non c’è più posto per i preti “factotum” in una Chiesa dal volto sinodale. Preti ingessati che guardano prevalentemente al passato. Adoratori delle ceneri, anziché essere desiderosi di dissetarsi alla “fontana del villaggio” – altra espressione di Giovanni XXIII – dalla quale sgorga un’acqua sempre nuova.

Tra l’altro, purtroppo, molti laici sono più “ingessati” dei sacerdoti e tendono a chiudersi in una cerchia di persone che non offrono spazi a chi potrebbe donare nuovo ossigeno agli ambienti clericali.

Come già accennato in precedenza, è importante dare “anticipi di fiducia” a chi rende infruttuosi i propri talenti perché non è spronato dai fratelli a mettersi al servizio della comunità.

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La sinodalità, stile proprio della Chiesa che ha come riferimento il Concilio Ecumenico Vaticano II, non la si vive automaticamente, solamente per il fatto che questa parola è stata pronunciata in documenti ufficiali.

Sarebbe puro ragionamento astratto, pensiero nominalistico o addirittura esercizio d’intellettualismo. Forse anche una pia illusione.

Lo stile della sinodalità, perché diventi un’attitudine autentica nella prassi della vita ecclesiale, ha bisogno di tempo per essere assimilato, fatto proprio, motivato e declinato in azioni concrete nelle nostre piccole comunità come nelle scelte importanti di una Chiesa locale e universale.

Alla sinodalità ci si educa cominciando ad ascoltare le persone che si hanno accanto nei momenti informali per giungere poi ad “applicarla” nelle riunioni o negli incontri di programmazione e condivisione.

Forse a questa attitudine non ci siamo esercitati abbastanza per comodità, pigrizia o perché davamo tutto per scontato… ma ora che la pandemia ci ha “costretto”, bene o male, a un ripensamento delle cose essenziali, anche la verifica sul nostro modo di “essere-fare” Chiesa ha messo in evidenza che questa realtà non è qualcosa di accessorio, ma di essenziale per testimoniare la presenza dello Spirito Santo, che attraverso la Chiesa agisce nella storia.

Camminare accanto agli uomini raccontando il messaggio evangelico e offrendo una testimonianza di ascolto, coerenza e fiducia non è forse la stessa cosa che ha fatto anche lo sconosciuto viandante incontrato sulla strada dai due discepoli diretti a Emmaus?

                               Don Gianni Gualini

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