Non un Sinodo di carta, ma di carne

(Prima parte)

“C’è più futuro che passato”

Il Sinodo dei vescovi che si celebrerà a Roma il prossimo anno, per incrementare il  cammino sinodale iniziato nelle varie diocesi, non ha lo scopo di organizzare riunioni per produrre documenti. Non abbiamo bisogno di carte, ma di carne, di persone che si rendano conto che la Chiesa siamo tutti noi, battezzati. Questo è l’ideale proclamato dal Concilio Vaticano II ed è il sogno di papa Francesco.

Abbiamo bisogno di un cammino che ci ridoni la speranza che animava papa Giovanni XXIII quando inaugurò il Concilio. Egli, prendendo le distanze dai “profeti di sventura” e dando fiducia a tutta la Chiesa, decise di ascoltare i suggerimenti dei vescovi di tutto il mondo. Parlò di sentinelle che annuncino il nuovo giorno, l’arrivo della luce che dissolve le tenebre della notte: “È soltanto l’aurora”, disse l’anziano Papa. Abbiamo bisogno di credere che “c’è più futuro che passato”, e in vista del futuro dobbiamo orientare saggiamente le nostre scelte, senza sbarazzarci del passato e senza farne un idolo, ma cogliendone gli aspetti positivi e attualizzandoli, andando oltre, in base ai segni dei tempi. Siamo chiamati a vivere intensamente e con gioia il presente, dotati del coraggio che faceva dire al cardinale Newman: “Vivere è cambiare e si arriva alla perfezione cambiando continuamente”.

E i cambiamenti, nella storia, non vengono mai dall’alto. All’inizio del 1200 non fu papa Innocenzo III a cambiare la Chiesa, ma il laico San Francesco d’Assisi. La Chiesa ufficiale interviene a convalidare le scelte che si sono dimostrate giuste, sperimentate da cristiani che si prendono le loro responsabilità, spalancando le finestre degli ambienti parrocchiali, delle sagrestie e degli oratori affinché circoli aria fresca e pulita.

Importanza della fase preparatoria

Partendo dall’intuizione che la Chiesa è formata da “pietre vive”, dalla carne e non dalla carta, si devono valorizzare al massimo quei cristiani che sono disposti a “sentirsi Chiesa”. Essi, però, devono essere messi nella condizioni di capire l’importanza di vivere in modo proficuo il momento della preparazione del Sinodo, più che la celebrazione del medesimo. Ciò richiede di conoscere in che cosa consista il cammino sinodale, e quale sia il metodo più adatto per incamminarsi verso forme di partecipazione alla vita della parrocchia, a cominciare, ad esempio, dal consiglio pastorale. Questo deve essere composto da persone scelte, più che attraverso una votazione segreta, attraverso una coscientizzazione collettiva. Vale a dire, un fedele che dica all’altro: “Perché non ti fai avanti per mettere a disposizione della comunità i talenti che hai ricevuto dal Signore?”.

Ciò implica preghiera, ascolto, discernimento, capacità di dare fiducia agli altri, senza presumere di avere il monopolio della verità. Citando di nuovo papa Giovanni, fondamentale è quanto disse nel discorso improvvisato la sera dell’apertura del Concilio “La mia persona non conta niente…”.  Conta compiere la volontà del Padre, sentirsi fratelli e impegnarsi per il bene comune.

Caro don Valentino,

il richiamo al tema della Chiesa sinodale credo sia più che mai urgente ed attuale.

Questo periodo, post “urgenza Covid” anche se non “post Covid”, ha costretto la Chiesa, la vita di ogni cristiano e di ogni uomo ad una revisione del proprio stile.

Non ci si salva se non insieme perché chi è in grado di salvare tutta l’umanità è solo Dio e suo Figlio Gesù che è stato mandato per questo. Papa Francesco ce lo ricorda sempre e nella sua enciclica “Fratelli Tutti” lo declina in mille modi concreti.

Lo stile sinodale tuttavia credo debba partire dal “basso” e “dalle periferie”, luoghi dai quali sono iniziate tutte le autentiche e permanenti riforme della Chiesa da san Francesco d’Assisi, a santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila, san Carlo Borromeo…

Hanno iniziato da se stessi, dal luogo in cui abitavano ed operavano, ne hanno parlato e ne hanno discusso accompagnati dalla loro testimonianza fino ad avere un riverbero “cattolico” riconosciuto ufficialmente dal successore di Pietro.

Imparare uno stile sinodale credo stia impegnando, passo dopo passo, con andamento prudente, anche le nostre comunità, anche solo per il fatto che la grande pausa provocata dalla pandemia sta costringendo tutti a partire tutti allineati ma anche sollecitati da alcune domande di fondo:

che significato ha promuovere questa attività nella nostra parrocchia? Gli itinerari di formazione e catechesi chi devono realmente raggiungere e coinvolgere? Possiamo ridare speranza ad una comunità provata e disorientata da tutto quanto è successo? Da chi cominciamo?

Quali sono gli elementi essenziali che contraddistinguono una comunità cristiana? Come possiamo dialogare con chi magari non ha gli stessi valori ma si sta impegnando per ritrovare slancio in un futuro promettente?

Le nostre comunità, con il nuovo anno pastorale, credo abbiano iniziato a riprendere il loro cammino cercando di trovare una nuova sintonia che mi auguro cresca in intensità e stile comunionale.

Buon cammino a te e a ciascuno di noi.

don Giovanni (Gianni) Gualini

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