Unità nella distanza

La sapienza arabo-maronita, poeticamente riassunta da Khalil Gibran nel suo capolavoro Il profeta, c’insegna che devono poter “danzare i venti” tra coloro che si amano. Marito e moglie sono paragonabili alle  colonne dei templi, staccate l’una dall’altra. Sono come le corde della chitarra, che suonano solo se c’è uno spazio tra esse… Tra gli amici, i fidanzati e gli sposi ci deve essere unità nella distanza!

Questo concetto è stato espresso diciotto secoli prima di Khalil Gibran da San Paolo:“Quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero” (1Cor 7,29). Con l’espressione “come se”, l’Apostolo intende mettere in risalto il fatto che Dio deve stare al primo posto nella nostra vita ed essere amato più dei genitori, degli amici, del coniuge e dei figli. Il Padre vuole essere al centro della nostra esistenza. Cristo è il vero “Sposo” del cristiano. Lo Spirito Santo è quell’Amore che dà un senso, una bellezza e un gusto al nascere, al vivere e al morire. In altre parole, San Paolo invita tutti noi a prendere una giusta distanza dalle persone che pur tanto amiamo, quale condizione per non soffocarci a vicenda, per garantire la durata del nostro amore e per espanderci negli sconfinati orizzonti della carità.

Tanti giovani, probabilmente, avrebbero meno paura a voler bene a più persone e a fare scelte definitive riguardo al matrimonio se fin da bambini fossero stati educati nell’arte d’amare e se  vivessero il rapporto con gli altri in modo più semplice, più rilassato, più “distaccato”. Avrebbero tutto da guadagnare se il loro amore umano fosse animato da quella fede che fa mettere Dio al primo posto, nella certezza che Egli, lungi dall’essere geloso del nostro amore, ne è il garante; è la sorgente che rende feconda e duratura ogni nostra relazione.

Cosciente di ciò, la Chiesa parla della nostra vocazione a voler bene a tutti dandoci continuamente messaggi di speranza: incoraggia ogni persona – di ogni cultura, provenienza ed età anagrafica – a credere nell’amore, ad avere il coraggio di vivere  eroicamente e gioiosamente la fede in Gesù Cristo. Andando anche controcorrente, se necessario.

Anche San  Giovanni, il discepolo che Gesù amava, scrive: “Dio è amore”. Noi potremmo aggiungere: “l’amore è Dio”. Nella sua Prima lettera, l’apostolo amato dal Maestro mostra quanto sia bello e al tempo stesso difficile vivere l’amore. Comprendiamo ciò riflettendo su una sua frase: “… E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16). Se fosse semplice il fatto di amare, l’apostolo Giovanni non avrebbe sottolineato il bisogno di credere nell’amore. Il discepolo che, durante l’Ultima Cena, ha messo il suo capo sul petto di Gesù, insiste sulla necessità di avere fede nell’amore, di dare fiducia alla vita, di scommettere sulla bontà e fedeltà del prossimo. Sono questi i presupposti per un’educazione all’amore, per correre con gioia verso il matrimonio, per valorizzare e salvare la famiglia vedendola come palestra di serenità, ammortizzatore dei mali sociali, piccola Chiesa, culla in cui ci si educa ai valori umani, spirituali e divini. Valori che possono essere maggiormente apprezzati da coloro che non sono possessivi nei loro affetti, ma sono capaci di riconoscere una gerarchia di valori: Dio al primo posto; poi se stessi, coscienti che ama se stesso chi si realizza pregando, studiando e dando un senso alla propria vita; infine gli altri, cercando di voler bene a tutti (ossia di volere il bene di tutti), gareggiando nello stimarsi a vicenda e vincendo il male con un supplemento d’amore.

                                                                             Valentino Salvoldi

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