Un salvacondotto per il Paradiso (Matteo 25)

La parabola del giudizio finale può provocare in noi contemporaneamente una sferzata di nostalgia e un pugno nello stomaco. Nostalgia – per chi è già un po’ avanti con gli anni – del tempo in cui il messaggio rivoluzionario di Gesù ci aiutava a guardare con speranza al futuro, con il desiderio di aiutare tutti i bisognosi, di farci pane per gli affamati e abbraccio per quanti avessero bisogno di un po’ d’amore. Nostalgia di quell’orizzonte di carità immenso, in cui è fiorita la nostra fede cristiana: il sogno di un amore senza limiti; l’aspirazione a voler bene a tutti, sempre e senza mezze misure; la determinazione a essere per tutti un dono.

Ma quelle parole di Gesù possono essere anche un pugno nello stomaco: l’invecchiare, infatti, non porta necessariamente a essere migliori rispetto alla nostra giovane età e rispetto ai nostri padri che – a cominciare da San Paolo – vedevano il bene, l’approvavano e poi si rassegnavano a battere il petto, constatando i peccati di omissione compiuti nella vita. Quando giungerà il famoso giorno del giudizio (“Dies irae”), forse neppure quanti saranno chiamati alla destra del Padre – gli eletti, i santi – si sentiranno completamente a posto con la propria coscienza, nel sentire il giusto Giudice elencare le opere di misericordia corporale come “materia dell’ultimo esame” della nostra vita. Criterio del giudizio finale sarà l’amore: “Avevo fame, e tu…? Avevo sete, e tu…?”.

Se noi organizzassimo bene la nostra vita e ci impegnassimo seriamente a realizzarci nel miglior modo possibile, troveremmo tempo e spazio per le opere di misericordia, sia spirituale che corporale. Ci metteremmo in fila con tanta gente buona che, in tutte le parti del mondo, continua a donare il proprio tempo a chi è nel bisogno. E assieme a tutti i giusti della storia, aiutando il nostro prossimo, sperimenteremmo la gioia di lavorare per il bene comune. C’è molta gente che si realizza facendo del bene. Se qualcuno ce la fa, perché non tutti noi? Perché non io?

Nella famosa parabola del giudizio universale, sia i bocciati che i promossi (le pecore a destra e i capri a sinistra) formulano la stessa domanda, con la medesima sorpresa: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato… o assetato…?”. E la sorpresa è legata anche al fatto che le opere di misericordia corporale spaziano su un orizzonte più ampio e più profondo di quel che risulta a prima vista. Non c’è un solo tipo di povertà. La fame non è solo di pane, né la sete è solo di acqua. La malattia, la mancanza di lavoro e di un tetto, ogni situazione di sofferenza, indigenza, dolore… la morte stessa meritano una lettura più profonda. Una lettura sostanzialmente serena perché sorretta dalla speranza nella divina misericordia. Serena, anche perché, in tutta la vita, senz’altro avremo compiuto anche solo un’opera buona. E chi non sa che “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia”?

                                                                          Valentino Salvoldi

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