Parole amare disperse dal vento

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Massimo Vergani

Muore tutto solo, in una struttura pubblica, dopo sessantasei anni di sofferenze legate a un grave handicap.  Murati nel silenzio, i suoi due fratelli assistono al funerale, al quale partecipano solo undici persone. Mancando il loro parroco, mi è richiesto di celebrare l’ufficio funebre: compito ingrato non solo per la situazione, ma anche perché è brutto dover tenere un’omelia senza aver conosciuto il defunto e i suoi parenti.

Prendo lo spunto dalla prima lettura: “Perisca il giorno in cui nacqui” , grida Giobbe a quel Dio cui chiede – secondo l’interpretazione del mio commento a Giobbe Il grido che sale dalla terra – se la vita abbia un senso e se Egli sia onnipotente o prepotente. Quanto più soffre, tanto più il patriarca percepisce come assurdo il silenzio di Dio, essendo certo che Egli esiste e che il vivente non cadrà nel nulla eterno. Perciò concretizza la sua speranza nel grido: “L’Onnipotente mi risponda! E il Signore risponde purificando la fede di Giobbe. Fede come dono e come risposta alla convinzione che Dio è Dio, e l’essere umano ha tutto da guadagnare a metterlo al primo posto nella sua vita. Lui solo basta a dare un senso al nascere, al vivere, al dolore e a quella morte che non è mai l’ultima parola. L’ultima parola è sempre “amore”.

Non presento Giobbe come l’esempio del giusto che sopporta tutto con pazienza,  perché egli non è stato per nulla paziente innanzitutto con i quattro amici, uno più stupido dell’altro: immagine di quei teologi che vogliono giustificare Dio a ogni costo, sostenendo che la sofferenza altro non è che il castigo dell’Onnipotente nei confronti del peccatore. E neppure è stato paziente nei confronti di Dio, con il quale si sfoga: “Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?”. Giobbe chiama Dio in giudizio. Lo invita ad avere il coraggio di confrontarsi. Usa contro di Lui “parole disperate che il vento porta via con sé”. Sa che almeno con il Signore può sfogare tutto il suo dolore, come ha fatto Geremia, allorché fu gettato nella cisterna dove affondava nel fango, affinché smettesse di fare il “profeta di sventura”.

Urla di dolore il povero Giobbe, e il suo straziante grido avrà come risposta l’urlo del Cristo in croce. Il Figlio di Dio, morendo come Figlio dell’uomo, insegnerà ciò che anche Giobbe intuirà: anche se Dio non dà una risposta al senso del dolore, a lui basta che il Signore gli parli e gli si mostri amico. Insegnerà a noi che suo Padre, probabilmente, preferisce l’imprecazione di chi è schiacciato dal dolore piuttosto che la preghiera formale del ricco compassato che alla domenica va in chiesa ben vestito, regala discutibili sorrisi a destra e a sinistra e mostra la banconota che mette nel cestino dell’elemosina quando gli passa davanti il sacrista al momento dell’offertorio…

Non so quanto le mie riflessioni abbiano toccato i due fratelli del defunto. Ma conserverò in me il ricordo del loro sguardo dopo la benedizione finale del feretro. Non hanno profferito una parola. Ma tutto era riassunto in quello sguardo prolungato, mentre mi stringevano la mano. Uno sguardo che il vento non porterà via con sé, come le disperate parole di Giobbe.

                                                                                   Valentino Salvoldi

A Guardiagrele le ore scivolano via veloci tra le dita e al tempo stesso paiono dilatarsi e non avere confini: lo spirito trova la pace immerso in un contesto di serenità e bellezza. Tra le molte letture dell’estate, quella intitolata Qohélet, anche tu parola di Dio?, di don Valentino Salvoldi, è di particolare interesse e non solo perché contribuisce ad arricchire le mie conoscenze – peraltro limitatissime – su questo personaggio della Bibbia ma anche perché stimola alla profonda riflessione. Riesco perfino a restare un po’ sorpreso di me stesso quando, di fronte all’Ecclesiaste che pare trasmettere un messaggio di pessimismo sul senso della vita, mi sento sollevato e pare mi si aprano porte che nemmeno sapevo fossero chiuse, semplicemente perché non avevo intuito esistessero (questo è il bello della lettura: prima ancora di aprire porte chiuse, ne fa scoprire di nuove…). E perché mi sento sollevato? Perché il Qohèlet testimonia che non sono il solo a dubitare, a chiedermi a cosa serva cozzare contro i propri grandi limiti che non possono essere cancellati neppure impegnandosi con tutte le proprie forze, a temere la sofferenza propria e dei propri cari, a toccare questa sofferenza che scarnifica e patirne in ogni angolo del corpo e dell’anima e cercare il confronto con Dio (aspro talvolta), a temere la morte – ultimo appuntamento terreno – e chiedersi che cosa mai significhi tutto ciò. E diffidare delle risposte perché quelle che si credeva aver trovato si sono rivelate essere neve al sole. Nel mare in tempesta in cui noi siamo oggi immersi, siamo stati immersi ieri e lo saremo domani ed è nel dubbio continuo, nel confronto, nella sfida con Dio che ci plasmiamo e ci formiamo. Dopotutto esiste anche il placido mare calmo e dalle acque luminose e, per rubare le parole di papa Giovanni XXIII, “… il mondo è molto più cattivo ma anche molto più buono di quanto pensiamo…”.

La Bibbia è il Libro di Dio ma è anche il libro dell’uomo. La fatica e il dolore, il ripetersi delle cose e le inaspettate disgrazie, angosciose per Qohèlet e inspiegabili per Giobbe, sono monotonia e incomprensibili per l’Uomo. Ma ciò non deve farci demordere, dobbiamo perseverare nel cammino verso la coscienza che laddove l’intelletto non può arrivare, arriva il cuore. Se l’uomo vede Dio, ciò gli è sufficiente per convincersi che tutto deve pur avere un senso. 

                                                              Massimo Vergani

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