Beata te che hai creduto

“Vedremo ancora in Cielo i nostri morti?” si chiedono persone convinte che Dio basta a riempire la nostra vita terrena e sarà gioia senza fine nella vita eterna. La Bibbia parla del Paradiso, ma non risponde a tante nostre domande, pur lasciandoci intuire che ci aspettano stupende realtà, come  scrive San Paolo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1Cor 2,9).

La convinzione che godremo tutta l’eternità assieme alle persone amate qui in terra ci viene da una preghiera che Cristo ha elevato al Padre durante l’Ultima Cena: “Padre, ti prego perché nulla vada perduto”. Nulla e nessuno… Gesù lo chiede per sé e per tutti noi, ricordandoci che il Padre non può disprezzare nulla di quanto ha creato, Lui che di noi ama tutto: noi stessi,  la nostra vita, la nostra storia e le nostre città. Per quanto poi riguarda Gerusalemme, dice di amare anche la polvere delle sue rovine. Dio ama tutti e tutto. “Il Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo” (Giovanni Paolo II).

Ciò premesso ci chiediamo: quel Dio che ci ordina di amare  e onorare i nostri genitori “se vogliamo vivere a lungo sulla terra” (cfr Siracide 3,6) può separarci da essi in Cielo? Ma c’è una domanda ancora più personale da porre a Gesù: “Tu che hai chiamato accanto a Te nella gloria tua Madre e l’hai coronata Regina dell’universo, l’hai assunta in Cielo con l’anima e con il corpo – viva per sempre –, oseresti separarci dalle persone che più ci hanno amato e che noi abbiamo amato più di noi stessi?”. No! Potremmo dire con Dante: “Per la contradizion che nol consente…”, vale a dire, Gesù non può negare a noi il privilegio che concede a se stesso di avere accanto a sé sua Madre.

Quando il Signore afferma che in Paradiso non si prende moglie né marito, non intende dire che saremo separati da quanti sono stati uniti a noi nell’amore in terra. Al contrario San Paolo, nell’Inno all’amore (1Corinzi 13), afferma che la fede e la speranza in Cielo spariranno, mentre l’amore non avrà mai fine, anzi aumenterà di giorno in giorno. Questa nostra natura non sarà distrutta, ma perfezionata. E coloro con i quali, qui in terra, non siamo riusciti a creare relazioni belle e positive, verranno da noi visti in quell’amore che tutto crede, tutto copre, tutto spera…

Il ricordo del passato non sarà motivo di vergogna e di sofferenza, perché vedremo tutto alla luce della fede che già qui, in terra, ci ha fatto intuire che “tutto è grazia”, anche ciò che ci fa soffrire.

Però, al di là di tante nostre debolezze e sofferenze, c’è una condizione indispensabile per poter giungere a contemplare, in Cielo, il volto di Dio e rivedere i nostri cari: non perdere, anzi, alimentare sempre più la nostra fede. Quella fede che ha reso grande la Madonna. Quella fede che è sempre e per tutti messa alla prova.

In questo giorno dell’Assunzione – che i nostri fratelli ortodossi chiamano “la pasqua dell’estate” – vorrei riflettere sulla fede di Maria, per contemplare quanto la nostra Madre sia simile a noi e come noi possiamo diventare simili a Lei, accettando il fatto che la nostra fede sia messa alla prova, come lo fu per Lei. E con voi condivido la mia riflessione, interrogando la Vergine Madre:
“Vergine santa, che cosa hai provato alla sconcertante richiesta di diventare la madre del Salvatore, di abbandonarti totalmente alla volontà del Padre e di rinunciare ai tuoi progetti umani? Turbata, hai dato il tuo assenso e hai iniziato un cammino con tuo Figlio, sorretta solo dalla fede.

Maria, hai visto solo porte chiudersi al tuo passaggio, quando cercavi un luogo in cui dare alla luce la Luce del mondo…  ma Tu, la Donna fedele all’eterna Parola, continuasti a credere.

Profuga, nella fuga in Egitto avrai dovuto scacciare tanti dubbi, contemplando il bambino Gesù tra le tue braccia: ‘Ma Tu, figlio mio, sei venuto al mondo per portare la vita o la morte? Perché questa strage degli innocenti?’. E Tu continuasti a credere.

Quando al tempio, dopo tre giorni di penosa ricerca, trovasti Gesù, pur non comprendendo la sua risposta: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’,Tu continuasti a credere.

Al Giordano, in fila con i peccatori, Gesù si era fatto battezzare. Di nuovo la tua fede fu messa alla prova: ‘Questo mio figlio è Dio o uno dei tanti peccatori?’. E Tu continuasti a credere.

La tua fede costrinse Gesù a operare il miracolo dell’acqua cambiata in vino, a Cana di Galilea , dopo averti rivolto parole dure come pietre: ‘Che cosa c’è tra me e te, donna?’. E Tu continuasti a credere.

Tu hai accettato che Gesù indirizzasse, agli ascoltatori della Parola, la lode rivolta a Te per aver generato il Salvatore. Così pure non ti sei lamentata quando ha rifiutato di darti udienza: ‘Chi è mia madre?’, ma semplicemente continuasti a credere.

Vergine addolorata ai piedi della croce, accettasti di ‘privarti’ di una maternità divina, di ‘perdere’ un così grande Figlio, per diventare madre di tutti, santi e peccatori. Acconsentisti a essere privata dell’unico tuo sostegno e conforto, l’unico tuo grande Amore. Te lo depositarono, morto, tra le braccia. Un Dio morto?… Nel supremo dei dolori, Tu continuasti a credere.

Finché, all’alba radiosa del primo giorno della settimana, il Risorto, forse, venne a ringraziare Te, Donna del Sabato santo, per aver tenuta viva la fede dei discepoli, rivolgendoti l’elogio di Elisabetta: ‘Beata te che hai creduto’.

A Te, Donna che ascolta, crede e si abbandona totalmente al Mistero; a Te, Donna il cui latte è diventato il sangue di Dio; a Te, Donna che hai il privilegio di sentirti chiamare ‘Mamma’ dal Figlio di Dio; a Te chiediamo il dono di credere come Tu hai creduto. La fede dilati gli orizzonti della speranza e si consumi nell’amore, affinché, quando busseremo alla porta del Paradiso, Tu ci corra incontro gioiosa e ci prenda per mano, per introdurci nel Regno dell’eterna gloria.

Allora con la Trinità beata, con Te, con tutti i santi, con i nostri defunti, per tutta l’eternità godremo del privilegio di aver conservato la fede, meritando l’elogio che Elisabetta ti ha rivolto: ‘Beata te che hai creduto’.

                                                                 Valentino Salvoldi

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