Il privilegio di credere in Cristo

Dio è gratuito, ma non superfluo. Non si impone, ma se lo cerchi e lo trovi – o perlomeno lo intuisci nei momenti di grazia – ti ribalta la vita e dà un senso, un gusto e una specifica bellezza alla tua esistenza. La sua esplicita presenza tra te e il prossimo – concretizzata in preghiere e opere di giustizia – crea rapporti di amicizia profondi, significativi e duraturi.

Tra i grandi vantaggi che facilmente si possono sperimentare nei Paesi che conservano e sviluppano le radici cristiane, va annoverata la gioia di camminare assieme, quale conseguenza d’avere scoperto la bellezza di volersi bene. Il fruttuoso legame tra gli esseri umani è, contemporaneamente, dono della grazia e conquista quotidiana nel cercare il vero, il bello e il buono nell’armonia con il tutto, con tutti e con Dio. Un Dio che, oltre a essere conservato gelosamente nel proprio intimo, va proclamato dai tetti, testimoniato attraverso le nostre opere e manifestato attraverso la pace e la gioia che traspaiono dal nostro sguardo. La fede in Dio e l’armonia tra gli esseri umani – mentre sono un deterrente contro tutti i mali del mondo – sono indispensabili per potersi sorreggere a vicenda, per gareggiare nel tendere al bene e per diventare garanti dell’altrui felicità. Stimolano ad allargare i propri orizzonti, a contatto con comunità testimoni del privilegio di essere Chiesa, di essere Cristo. Danno la forza di amare la Chiesa anche di fronte alle delusioni e alle sofferenze nello sperimentare i limiti, il male e il peccato dei credenti. Supplemento di forza necessario poiché soffrire a causa della Chiesa è uno dei peggiori tormenti, mentre soffrire per essa è fonte di santità e di comune salvezza: contribuisce a “compiere nel nostro corpo quello che manca alla passione di Cristo” (cfr Colossesi 1,24).

Il fatto di volersi bene, inoltre, aiuta a sviluppare moltissime potenzialità e grandissimi valori dell’essere umano, chiamato a vincere il proprio egoismo e la tendenza a essere narcisista e autoreferenziale. In cordata ci si esercita a rispettare il ritmo di ciascuno; nell’impegno di squadra ci si allena a remare controcorrente, a cercare valori sconosciuti a chi non ha una fede e, dietro la maschera del sorriso, nasconde abissi di vuoto esistenziale.

E così, coltivando i vincoli dell’amicizia, si sperimenta che è gratificante a livello personale e utile per la comunità scoprire che “servire è regnare”; è accettare un posto di responsabilità non per smoderata ambizione e per far carriera a ogni costo, ma per obbedienza a Dio e per l’utilità dei fratelli. Scoprire inoltre la bellezza di esercitarsi nel quotidiano perdono, imparare a ridimensionare tutto, rispettare ogni persona considerata “non hostis sed hospes”: non nemico, ma ospite con il quale si discute, per arrivare a quella “verità che rende liberi”.

                                                                      Valentino Salvoldi

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