L’eredità: un cammino verso la Luce

Fede: tormento ed estasi

Struggente nostalgia della Bellezza; pura sete di Verità; desiderio di vivida Luce. Così potremmo abbozzare il cammino di Dante dalle tenebre dell’Inferno al fulgore della Rosa dei beati in Paradiso. Cammino lasciato in eredità al cristiano, quale  mezzo privilegiato per comprendere il senso della vita, coglierla in tutti i suoi aspetti più drammatici e più entusiasmanti, per vivere la fede nei suoi provvidenziali volti di di tormento e di estasi, come più volte lha definita.

Desiderio di Dio

Contagiosa è stata ed è la fede di Dante, che interpella tutti gli uomini di buona volontà affinché comprendano il suo messaggio di speranza e ripercorrano il suo cammino, meditando seriamente la fine che spetta a ogni mortale. E ciò in base alla sapienza dei tempi antichi, tuttora valida: “Se non vuoi peccare, medita i ‘Novissimi’: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso”.  Per questo papa Francesco, per commemorare i settecento anni dalla morte del sommo Poeta, così interpella i cristiani del nostro tempo: “Cosa può comunicare Dante a noi, nel nostro tempo? Ha ancora qualcosa da dirci, da offrirci? Il suo messaggio ha un’attualità, una qualche funzione da svolgere anche per noi? Ci può ancora interpellare? […] Dante anche oggi vuole mostrarci quale sia l’itinerario verso la felicità, la via retta per vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità”.

I suoi scritti ci aiutano a  far rifiorire la speranza e a vivere quanto esprime la parola “desiderio”: de sidera”, ciò che viene dalle stelle e conduce alle stelle. Questo è il messaggio delle  tre cantiche che terminano con la parola “stelle”. Per l’Inferno: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Per il Purgatorio: “puro e disposto a salire a le stelle”. Per il Paradiso: “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Incarnazione e divinizzazione

I Padri della Chiesa, nei primi sette secoli, non si stancavano di illustrare il mistero dell’Incarnazione, parlandone in questi termini: “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio”. In virtù della creazione noi siamo immagine e somiglianza di Dio; siamo sua icona e, per l’orientale, l’icona è la realtà che rappresenta. In virtù dell’Incarnazione, il Verbo entra nella pasta umana e la divinizza. In virtù dei sacramenti, il cristiano si identifica sempre di più con Gesù. Il Verbo eterno, quindi, s’incarna non soltanto per redimere l’uomo ma anche per divinizzarlo, come ha scritto soprattutto Sant’ Atanasio: “Il Verbo di Dio si è fatto uomo, perché noi fossimo divinizzati” (De Incarnatione Verbi, PG 25, 192 B).

Per sottolineare l’importanza dell’Incarnazione negli scritti di Dante, papa Francesco ha firmato la Lettera apostolica del centenario dantesco il 25 marzo: giorno in cui Maria, dicendo il suo “sì” all’angelo, è stata artefice dell’avvenimento più importante della storia. “Nel ventre tuo si raccese l’Amore”, dice il sommo Poeta nell’ultimo canto del Paradiso, là dove San Bernardo supplica la Vergine Madre affinché il Poeta possa fissare il suo sguardo nel Mistero. “Il mistero dell’Incarnazione, che oggi celebria­mo – scrive Francesco – è il vero centro ispiratore e il nucleo essenzia­le di tutto il poema. In esso si realizza quello che i Padri della Chiesa chiamavano ‘divinizzazione’, l’admirabile commercium, il prodigioso scambio per cui, mentre Dio entra nella nostra storia facendo­si carne, l’essere umano, con la sua carne, può en­trare nella realtà divina”.

Mirabile l’intento dell’opera dantesca: partendo dall’Incarnazione, illustrare la bellezza della fede, adombrare il mistero della nostra divinizzazione, mettere in risalto il nostro desiderio di luce, la sete di contemplare il volto di Dio e l’anelito di condurre l’essere umano “dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso” (Paolo VI).

Dante confessa di non sapere né poter parlare in modo adeguato di quanto ha visto e contemplato di Dio e in Dio. Ma ci garantisce che non esiste esperienza più bella, più grande e più utile della fede, grazie alla quale l’essere umano può “trasumanare”, come ci garantisce anche Giovanni Paolo II: “Fu questo lo sforzo supremo di Dante: fare in modo che il peso dell’umano non distruggesse il divino che è in noi, né la grandezza del divino annullasse il valore dell’umano”.

                                                                            Valentino Salvoldi

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