Il vantaggio di scommettere su Dio

Risposta a un ateo pensante

Un ateo “pensante”, nascosto tra gli uditori del ciclo di conferenze sulla fede che sto tenendo in una parrocchia di Monza, mi scrive: “Lei parla dell’armonia tra fede e ragione. Che cosa può dire a me che non ho un briciolo di fede? E non è forse meglio essere atei pensanti piuttosto che scommettere su un Dio che non c’è?”.

Da oltre sessant’anni, ovunque e sempre, “al momento opportuno e non opportuno” parlo di Dio: non per fare proseliti, ma per far emergere l’Infinito e la sete di Eterno presente in ogni essere umano. Anche coloro che si dichiarano atei non rifiutano lunghe discussioni sull’esistenza di Dio. Tra l’altro, questi momenti di confronto  sono spesso più appassionati e interessanti di quelli che hanno luogo con quanti professano la propria fede “tradizionale”. Per non parlare, poi, di chi ripete il logoro e insulso ritornello: “Sono credente ma non praticante”. Per quanto riguarda i giovani, spesso, nelle assemblee studentesche, coloro che sembrano più accaniti nel tentativo di convincermi che Dio non esiste – soprattutto a causa dei mali del mondo – mi vengono poi a cercare, per incoraggiarmi a non desistere dal parlare con entusiasmo della mia esperienza di fede.

A colui che si aspetta una proposta riguardo al fatto di non avere un briciolo di fede, domanderei se sia contento della sua situazione, oppure se sperimenti il dramma dell’umanesimo ateo. Quando studiavo filosofia, stavo male nel leggere Nietzsche e Feuerbach. Kierkegaard mi piaceva per il modo in cui scriveva, ma tante sue analisi mi turbavano.

Domanderei al mio interlocutore se si renda conto di quanto male abbiano fatto quei filosofi, chiamati “maestri del sospetto”, proponendo la teoria della “morte di Dio” per poter valorizzare l’essere umano: in pratica hanno ammazzato l’uomo. Chi strappa Dio dal cuore di una persona, assieme a Dio le strappa il cuore. E umilia anche la ragione umana la quale, quando si confronta con il Mistero, non ha nulla da perdere: il Mistero non rimanda all’oscurità, ma a quella pienezza di luce che costringe a chiudere gli occhi per vedere. Vedere con il cuore, come spiegano bene la sapienza ebraica e il meglio della filosofia occidentale. Basti pensare alle “ragioni del cuore” proposte da Pascal e alla sua riflessione sull’utilità di “scommettere” su Dio: se Egli non esiste, non ha nulla da perdere chi in Lui crede. Se esiste… ha tutto da guadagnare.

Credere o perlomeno cercare Dio. Diversamente, è facile cadere nella “dittatura del relativismo”, come ha più volte ripetuto Benedetto XVI. Oppure si diventa vittime di tutti quei mali esposti nel primo capitolo dell’Enciclica Fratelli tutti. Secondo papa Francesco, non adorare Dio porta al prostrarsi davanti agli idoli, agli dei falsi e bugiardi.

Adorare Dio amando i fratelli e mettersi al loro servizio, aiutando soprattutto i più poveri, è la via più facile per incontrarlo. È Lui che va incontro a chi lo cerca, aiutandolo a credere nell’Amore.

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