Intelligente uso del denaro

Povertà evangelica, non pauperismo

Non è contro la ricchezza, né contro i ricchi papa Francesco. Ma viene accusato di pauperismo da quanti estrapolano le sue frasi dal contesto dei discorsi. La stessa accusa potrebbe essere rivolta a Cristo da coloro che si limitano all’espressione riportata da Luca: “Guai a voi, ricchi” (6,24), senza tener conto della parabola dei talenti. Qui il Maestro dice espressamente che è nostro dovere moltiplicare i doni ricevuti, mentre verranno gettati nella Geenna, nel fuoco indistruttibile, coloro che seppelliscono i loro talenti, non li fanno circolare a comune vantaggio e non vivono la “povertà evangelica”. Questa va intesa come la capacità di liberarci dal nostro superfluo, per fare posto, dentro di noi, a Dio e al nostro prossimo.

Francesco, effettivamente, continua a parlare degli ultimi, dei poveri, degli esclusi e degli scartati dalla nostra società. Lo fa, innanzitutto, per essere fedele al Vangelo, al Magistero dei suoi predecessori e alla Dottrina sociale della Chiesa. Inoltre, da buon gesuita, cerca di mettere in pratica quanto va insegnando sull’obbligo di esercitare un serio discernimento su se stessi e sulle esigenze della società: mentre Benedetto XVI ha messo al servizio della Chiesa il suo carisma teologico, egli cerca di concretizzare i molti suggerimenti, orali e scritti, lasciati in eredità da Ratzinger. Questi ha rinunciato al ministero di pontefice soprattutto perché avvertiva la necessità che la Chiesa fosse guidata da un papa più giovane, più energico, più propenso ad affrontare gli urgenti e scottanti problemi dei nostri tempi.

Inoltre, va tenuto in considerazione il fatto che Francesco proviene da un Paese dove grandi sono la povertà materiale e la miseria, e dove la teologia della liberazione ha fatto dell’attenzione ai poveri e agli oppressi il centro del suo insegnamento.

Chi sperimenta l’indigenza in tante parti del mondo si sente obbligato a vedere nei poveri “la carne stessa di Cristo” e a farsi voce di chi non ha voce. Non può capire in modo esistenziale che cosa significhi vivere nella miseria chi non tocca con mano questa realtà, chi si limita alle informazioni date dai mezzi di comunicazione sociale sulla situazione dei popoli impoveriti. Bisogna familiarizzare con chi ha vissuto per anni in quegli ambienti dove manca tutto, dove le baracche maleodoranti generano disgusto e malattie, dove si sentono bambini chiedere: “Mamma, si mangia oggi?”.

L’equivoco sul Papa pauperista inizia il 16 marzo 2013, quando Francesco esprime il suo auspicio: «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». Ma egli non parla mai di impoverire materialmente la Chiesa, anche perché, se essa fosse materialmente povera, non potrebbe mantenere tutte le opere di carità che gestisce nel mondo: dovrebbe abbandonare i milioni e milioni di esseri umani che ogni giorno aiuta, soprattutto in Africa.

La povertà evangelica non è non possedere denaro, ma è l’essere liberi da esso e utilizzarlo in modo intelligente per chi è nel bisogno.

Bisogno di pane, di un luogo dignitoso in cui vivere, di assistenza medica… senza dimenticare le esigenze intellettuali e spirituali, per dare un senso e un gusto alla vita. Soprattutto, senza dimenticare il bisogno d’amore. Amore che riveste di dignità chi ha bisogno di aiuto. Come ci ricorda San Vincenzo de’ Paoli: “È per l’amore e solo per l’amore che mostri loro, che i poveri ti perdoneranno il pane che dai loro”.

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