La dignità di guadagnarsi il pane

Il lavoro nel tempo della crisi

Nel nostro triste quotidiano franare di fronte alle crisi, Dio pone il gioioso argine dell’Amore. È facile cercare e trovare Dio quando tutte le cose vanno bene, quando gli amici rispondono all’amore con altrettanto amore, quando la bellezza del creato aiuta a lodare il Creatore! Ma il Signore va cercato e amato anche nel momento della crisi. Questa ci fa intuire che Dio, paradossalmente, parla di più con il silenzio che con la parola. Lui, Parola che nasce dal silenzio, come la spiga di frumento nasce dal seme che marcisce sotto terra.

Molte persone vanno in crisi quando perdono il posto di lavoro. Grave è la crisi dei giovani che faticano a trovare un impiego. Sono per lungo tempo precari. Devono continuamente mandare ovunque il loro curriculum sia per migliorare la loro posizione, sia per avere un’alternativa in caso di licenziamento. Molti si sentono frustrati per il fatto di non essere presi in considerazione, come se non potessero fare nulla per migliorare se stessi e la comunità. Ciò contribuisce a creare gente infelice, in seguito alla perdita dell’autostima. Non è forse umiliante percepire anche un salario purché si resti a casa, non si faccia nulla, in quanto inutili al bene comune?

Nella Bibbia e in tutta la storia del Cristianesimo, il lavoro è sempre stato considerato una realtà positiva e necessaria per la formazione integrale dell’essere umano. L’Antico Testamento presenta il lavoro – nel progetto originario del Creatore – non come una punizione, bensì come un mezzo a noi dato per realizzarci e sentirci noi stessi artefici nel continuare l’opera del Padre. Il Vangelo presenta Gesù come “il figlio del falegname”: lavora, infatti, nella bottega di Giuseppe. Afferma che il suo Padre celeste lavora continuamente, perciò Lui pure fa altrettanto e vuole che tutti seguano il suo esempio. Lavorando, noi scopriamo la nostra dignità di diventare sempre più visibile immagine del Creatore, di portare il nostro contributo a migliorare la società e poter cantare così con le parole di Turoldo:

“Dio d’amore, o fonte di gioia,
vogliamo offrirti un inno di grazie:
nulla chiediamo se non di cantare,
lodarti in nome di ogni creatura”.

A chi non è nella condizione di cantare perché demotivato, frustrato e preoccupato per il futuro si può citare Qohèlet e ricordare che “c’è un tempo per ogni cosa”: purché ci sia il necessario per vivere dignitosamente, la Parola ci ricorda che c’è una provvidenza specifica per ogni essere umano e che le ricchezze ammazzano le attese, le aspettative e i sogni. Quando Dio volle purificare e rafforzare il suo popolo, lo chiamò nel deserto. Lì, per quarant’anni, gli Ebrei scoprirono che la crisi – la mancanza non del necessario ma del superfluo – è un’opportunità per cambiare se stessi, migliorare e acuire l’ingegno.  

Se non manca il necessario per vivere, una volta ridotte le “cose” che affollano le nostre case e la nostra vita, è più facile prestare attenzione all’essenziale: porsi le domande più radicali sul senso dell’esistenza, sui valori, su ciò per cui valga la pena di vivere e di morire. E pregare per non perdere la speranza nelle proprie potenzialità e nella vita, ascoltando l’incoraggiante invito di Cristo: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?”.

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