Si è cristiani se manca la gioia?

Opinioni a confronto: Valentino Salvoldi e Giovanni Tonucci, arcivescovo emerito di Loreto

Dopo aver letto il libro di Umberto Eco Il nome della rosa, una giovane catechista mi chiede come presentare ai ragazzi il tema della gioia e mi pone la domanda se Gesù abbia mai riso. “Dio è gioia”, rispondo. E parlo delle nozze di Cana. Al banchetto nuziale si entra danzando e si mostra quella gioia di cui Cristo parla: “Non si può essere tristi finché c’è lo sposo”…  finché c’è la fede.  Può esistere un cristiano senza gioia? Sarebbe come… un cristiano senza Dio!

Secondo i Vangeli, Gesù non nasconde i suoi sentimenti: si commuove vedendo le folle; gioisce nello Spirito rivelando verità riservate agli umili; si indigna nel tempio, scacciando i venditori; piange davanti a Gerusalemme e alla tomba di Lazzaro. Rivela i suoi sentimenti, ma, forse per pudore, mette un velo sulla sua gioia. Senz’altro avrà goduto di questo mondo programmato dall’eternità per Lui da suo Padre: la terra è stata creata come culla per il più bello tra i figli dell’uomo. Avrà gustato il pane che sua Mamma cuoceva in casa. Senz’altro ineffabili saranno stati i suoi colloqui notturni col Padre… Ma il Vangelo non parla di ciò. Non c’è alcun riferimento al fatto che Gesù abbia riso. Però i Vangeli non sono una biografia del Maestro. Sono un messaggio di salvezza. Non dicono tutto di Gesù. Ma non negano neppure che abbia riso.

         Egli parla sempre d’amore e ciò è espressione di un’intima gioia. Anche quando si riferisce alla sofferenza, la presenta nel contesto dell’amore. Chi ama si presta a essere vulnerato, perché l’amore può essere rifiutato. Chi ama è disposto a soffrire, come la partoriente che subito dimentica il suo dolore, per la gioia che un figlio è nato. Chi ama non ha un riso sguaiato: sorride! Chi ama sperimenta che anche il mistero del dolore esplode nel mistero della gioia. Gioia che diventa il grande segreto del cristiano che converte gli increduli non tanto con le parole, quanto con il suo volto trasparente al Mistero. Li convince con il suo sorriso.

         I monaci del convento di cui parla Il nome della rosa, poiché “secondo la regola” non potevano ridere, hanno fatto una fine miserabile e ignominiosa. Le monache dei conventi di clausura, soprattutto in Africa, dove si canta, si danza, si gioisce mangiando – quando c’è il cibo… – e vige l’invito a ridere, sperimentano una tale fioritura di vocazioni da obbligare le madri responsabili a stabilirne un numero limitato all’ammissione alla vita claustrale. 

                                                                                     Valentino Salvoldi

E allora chiediamoci: ma che cristiani si è se manca la gioia?

Una cosa è vera: nel Vangeli non si dice mai che Gesù abbia riso. Ma ricordo che qualcuno commentava: “Sicuro però che con Simon Pietro, qualche bella risata l’ha dovuta fare anche Lui”.

         Leggendo quelle pagine, così brevi e sobrie, non si può fare a meno di notare che Gesù aveva, insieme con un acuto spirito di osservazione, anche un forte senso dell’umorismo. Sottile, se vogliamo, delicato anche, ma c’è. Pensate allo sguardo divertito con cui osservava gli ospiti che si davano da fare per prendere i primi posti; o alle immagini, tra l’ironico e il grottesco, di chi ha una trave nell’occhio; o di un Dio che potrebbe far piovere su un campo o trattenere la pioggia, a seconda che il contadino sia una brava persona o un poco di buono.

         Varrebbe la pena di contare quante volte è usata la parola “gioia”, specialmente nel Vangelo secondo Luca: è sempre il risultato dell’incontro con il Signore e del dono della sua benevolenza. E la linea di allegria continua nella storia della prima Chiesa, dove ogni persona che abbraccia la fede sperimenta in sé una grande gioia. In contrasto, ricordiamo il giovane ricco, che è triste, perché si allontana da Gesù. O il povero Giuda, che esce dal cenacolo, mentre fuori e nel suo cuore “era notte”.

         La capacità di sorridere o di ridere, quando ce n’è l’occasione, è una caratteristica di ogni discepolo del Signore. Il Cardinale Léger mi raccontava che alcune volte Pio XII, ricevendo in udienza alcuni canadesi dai modi di fare piuttosto grezzi, non riusciva a trattenere un sorriso divertito e si girava dall’altra parte per non farlo notare. E che dire della preghiera serale attribuita a Giovanni XXIII: “Ci sono tanti problemi, Signore, ma la Chiesa è tua. Io vado a dormire”. Ricordo Paolo VI che, avendo visto il campanile triangolare in una parrocchia di Roma, osservava: “Spero che funzioni bene come quelli quadrati o rotondi”. E vedo ancora la risata di Giovanni Paolo II, ad una barzelletta che faceva delle ironie sulla Polonia. Il bello è che il Papa ha riso in piena libertà, ma non il polacco che gli stava di fianco.

         E questi erano santi, con in più il compito di insegnare a tutta la Chiesa: perché sia santa, perché sia fedele… e perché sia allegra.

Giovanni Tonucci, arcivescovo emerito di Loreto

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