È soltanto l’aurora

Opinioni a confronto: Valentino Salvoldi e Don Vittorio Rocca

Durante un funerale, il celebrante affermò che Dio aveva chiamato a sé il giovane defunto perché lo voleva come un fiore che abbellisse il suo giardino, in cielo. Una donna sbottò, invitando il sacerdote a non farle perdere quel briciolo di fede che ancora le rimaneva. L’assemblea applaudì…

Questo e altri fatti analoghi fanno nascere in noi alcune domande. Che proposte abbiamo contro l’emergere di una progressiva irrilevanza del messaggio cristiano? Possiamo continuare a correre il rischio di limitarci a una ripetizione di frasi fatte (a volte insensate) e a una semplice gestione del rito sacro come è sempre avvenuto nel passato? Possiamo vivere di nostalgia del passato, ritenuto – senza fondamento – glorioso? Che futuro stiamo preparando per i nostri figli e nipoti, se non abbiamo il coraggio di indignarci per quanto è ingiusto e la capacità di meravigliarci per ciò che ancora c’è di buono su questa terra?

Agli interrogativi – necessari per non prendere nulla per scontato – devono seguire alcune proposte. Tra queste: fare una forte esperienza di fede. Conoscere la Bibbia che ha ancora tanti punti deboli nelle traduzioni e nella comprensione. Rivedere l’immagine che abbiamo di Dio, per troppi cristiani ancora legata all’Antico Testamento. Approfondire una teologia impregnata del Discorso della montagna. Rivedere la pratica dei sacramenti, a cominciare dalla Confessione. Denunciare quanto è sbagliato e avere il coraggio di affermare che il fatto di diventare “minoranza” per noi cattolici ha senso…

  •  se ci sforziamo di essere creativi, convinti, contagiosi nella nostra gioia di credere;
  •  se non perdiamo la speranza che ci sia un futuro per la Chiesa;
  • se guardiamo a Cana di Galilea credendo che l’acqua delle sei giare può ancora essere convertita in vino, per chi ha fede nelle parole di Cristo: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e  ne compirà di più grandi” (Gv 14,12);
  • se ci liberiamo dal pessimismo, dai “profeti di sventura” e abbiamo il coraggio di guardare al futuro con la freschezza con la quale papa Giovanni XXIII inaugurò il Concilio: “È soltanto l’aurora”;
  • se, nella brevità della nostra vita, riscattiamo la monotonia di giorni uguali ad altri giorni, mantenendo vivo il senso della meraviglia, rinnovandoci grazie all’ascolto dei nostri figli, leggendo molto e pregando molto di più, per comprendere l’importanza di tenere uniti cielo e terra: la scala di Giacobbe…;
  • se ridiventiamo bambini, come quando apprezzavamo il gusto del pane. Quando sperimentavamo la gioia di correre in chiesa, e ricevendo l’Eucaristia il cuore batteva forte. Quando eravamo ancora capaci di piangere perché Gesù è stato messo in croce e perché tante persone, con le loro lacrime salate, inaridiscono la terra e distruggono le coscienze. Coscienze aride, invecchiate male e in fretta, perché sganciate da Dio. Dall’Amore.

                                             Valentino Salvoldi

Caro don Valentino,

le tue riflessioni, come sempre, stimolano e “provocano”. Quest’ultima, molto bella, mi ha fatto fare un collegamento con quanto accaduto recentemente nella mia Sicilia, per via di una dichiarazione rilasciata da un confratello che esortava le mogli, vittime di violenza da parte dei mariti, al perdono e alla tolleranza in nome della salvaguardia del matrimonio, del bene dei figli. “Nel matrimonio le virtù contano più dell’amore” ha scritto, tra l’altro, il sacerdote.

Ecco, siffatta dichiarazione assomiglia molto a quella che tu riporti di quel prete al funerale del giovane. Credo proprio che sia giunto il tempo di rinnovare il nostro insegnamento morale e la nostra predicazione. Continuiamo a legare pesanti fardelli, difficili da portare, sulle spalle della gente. Forse siamo ancora contagiati dal fariseismo, soprattutto in materia sessuale, come ben sai. Quanto ha sofferto per questo motivo il tuo (e anche il mio) maestro padre Häring su tali temi! Abbiamo imposto alle famiglie che avevano già numerosi figli che la contraccezione non era permessa, che i giovani fidanzati non potevano permettersi nessun contatto fisico prima del matrimonio, che alle persone omosessuali non era consentito esprimere la loro affettività e che anzi dovevano vergognarsi e nascondersi. Ora, non entro nell’insegnamento legittimo della Chiesa su questi punti, ma tutto questo ha costituito un peso enorme per la nostra gente. E dai pesi, prima o dopo, ci si vuole liberare! Perché l’immagine che è passata è stata quella di un Dio “poliziotto”. E poi si è scoperto che proprio noi preti – che facevamo i moralizzatori se non i censori – a volte abbiamo commesso, purtroppo, atti ben peggiori in materia di sessualità. Alcuni di noi non sono stati capaci di essere all’altezza di quell’insegnamento!

Come uscirne? Abbandonando ogni tentazione di potere nell’esposizione della nostra visione morale e annunciando la “bella notizia” dell’amore all’interno di un contesto di vicinanza, di prossimità, di amicizia. Solo così potremo parlare di questioni come l’aborto, il divorzio o un secondo matrimonio, o l’omosessualità. Solo all’interno di una relazione di amicizia, ponendoci non dall’alto di una cattedra ma fianco a fianco delle persone, condividendo le loro gioie e speranze, fatiche e lotte, potremo trovare le parole giuste da pronunciare in quel momento. E questa parola – anche all’interno di un funerale o di una violenza domestica – non sarà mai una ripetizione “copia e incolla” di frasi , ma solo e soltanto un dono. Un senso nuovo dal quale ripartire.

                            Vittorio Rocca

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