Rimozione forzata della croce

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Don Vittorio Rocca

Per risparmiare sul prezzo del volo aereo da Catania a Roma, il vescovo Tonino Bello e io avevamo preso un biglietto “Ultimo Minuto”.  Ma, non essendoci posti disponibili per l’ultimo volo della giornata, trascorremmo tutta la notte in aeroporto, confrontandoci sui grandi problemi della Chiesa nel mondo contemporaneo – soprattutto riguardo ai Paesi impoveriti –, pregando e cercando di capire quale fosse il modo migliore di presentare il messaggio evangelico per dare speranza al mondo. Tra le tante storie belle raccontate da don Tonino, la più originale riguarda un’esperienza fatta in una sagrestia. Il crocifisso in restauro portava la scritta “Collocazione provvisoria”. Il vescovo supplicò il parroco di non rimuovere mai quel cartello, perché per il credente la croce non è la meta del nostro pellegrinare. Siamo fatti per camminare verso la risurrezione. Il Calvario non ammette soste prolungate: dopo tre ore c’è la rimozione forzata.

Con questa immagine guardiamo alla Pasqua per fare un salto dalla croce alla tomba vuota, aiutati dalla sfida degli angeli alle donne accorse al sepolcro: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. Chi si attarda presso la tomba non incontra il Risorto. Solo chi corre verso i fratelli incontra Cristo che augura: “Shalom!”, “Pace!”.

È Lui, il Signore, la nostra pace. Lui, non solo “disceso dal cielo” per entrare nel nostro nulla e innestarlo nel Tutto, ma addirittura “disceso agli inferi”: ha bevuto il calice del dolore fino alla feccia con l’intento d’insegnarci il valore della sofferenza. Se vissuta senza fede, essa fa emergere il peggio di noi stessi; se affrontata con lo sguardo del Figlio di Dio crea il capolavoro, fa nascere il “santo”, evoca inaudite potenzialità: addolcisce il carattere, ridimensiona tante cose della vita passata e presente, rende la croce trampolino di lancio verso la risurrezione.

                                                                                 Valentino Salvoldi

Caro don Valentino, ci inviti a guardare, a leggere la croce, la nostra croce, sognando il mattino di Pasqua. Penso che la nostra vita sia racchiusa proprio tutta qui, in questa croce e in questa Risurrezione. La nostra speranza è tutta qui. Il mistero del dolore è così grande, così intimo e delicato, che quasi ci toglie la parola. Per questo guardo all’Uomo della croce e prego perché ogni uomo che soffre sappia che il silenzio di Dio non vuole dire la sua assenza; sappia che Dio è con lui nel suo dolore, lo sta “portando in braccio”.

“Quando si soffre nella carne e nello spirito, il pianto è la naturale risposta. E di pianto ce ne è tanto, ma tanto! Se lo calcolassimo prenderebbe lo spazio di un mare, di un grande mare. Quando gli occhi per un istante si asciugano, ci mettiamo a pensare: perché? Perché, Signore, tanto pianto? La risposta non viene così facilmente. Poi riprendiamo a piangere e i pensieri si ingarbugliano, inciampano come uccelli feriti. E torniamo a chiederci: perché? Perché? I segni come le parole non bastano a calmarmi e a dare una risposta adeguata. Permane il mistero. Ci deve essere dell’altro. Il segreto è ancora nascosto. Ma dove cercare? Il vero segreto nascosto nei secoli è il Dio Crocefisso” (Carlo Carretto).

Prego perché, malgrado tutto, nonostante le lacrime, i dubbi e la rabbia, ciascuno possa dire: “Mi fido, mi affido, confido in Te”. Come ha fatto Dietrich Bonhöeffer che, nel campo di concentramento dove era rinchiuso, poco tempo prima di essere impiccato pregava così:

C’è buio in me, in Te invece c’è luce;
sono solo, ma Tu non mi abbandoni;
non ho coraggio, ma Tu mi sei d’aiuto;
sono inquieto, ma in Te c’è pace;
c’è amarezza in me, in Te pazienza;
non capisco la Tua via, ma Tu sai qual è la mia strada.

Il mio sogno è che questo tempo di pandemia ci aiuti, almeno un po’, a capire che la croce di Gesù è il nome che si deve dare al dolore dell’uomo e non ci faccia perdere, così, il gusto di vivere.
Sognare e credere nel mattino di Pasqua!

                                                                            Don Vittorio Rocca

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