Giovani: preziosi semi dell’umanità

Opinioni a confronto: Valentino Salvoldi ed Enrico Segatto

Pranzo con tre giovani che non vedevo da dieci anni. I genitori avevano creato un’aspettativa per quell’incontro che non doveva essere banale, ma spalancare le porte all’Infinito. Figli educati bene, aperti al divino fino alla cresima, poi… i compagni, il prof. di filosofia, le critiche alla Chiesa avevano segnato l’abbandono della pratica religiosa. Ma palpabile è la loro nostalgia di Dio e la tristezza di non aver incontrato cristiani che avessero dato loro la voglia di conoscere e amare di più Cristo e, con Lui, l’umanità.

Giovani belli nelle loro grandi potenzialità, nella voglia di mantenere “vivi dentro” i loro genitori, di non buttare via la loro vita. Giovani che vengono al mondo con i sogni di Dio, respirano valori da noi adulti agognati nel passato, hanno la capacità di non lasciarsi schiacciare dai problemi e di trasformare le crisi in opportunità.

Sono semi: vengono dal passato e ci proiettano nel futuro. Preziosi nella loro fragilità: basta un niente per rompere tutto. Grandi se mendicano amore da maestri di vita che li accostino togliendosi i sandali, come Mosè davanti al roveto ardente. Maestri che insegnino loro che la vera miseria non è nelle tasche vuote, ma nella testa priva di valori e nel cuore privo dell’Assoluto. Maestri che li educhino a un sano distacco da tutto e da tutti, perché siano in grado di aggrapparsi a Dio, il Solo che può dar loro la vera pace.

Distacco dai genitori: i figli non sono loro proprietà. Sono figli di Dio! Distacco dai beni materiali, utili solo se adoperati alla luce di quella povertà che Cristo chiamò beata. Distacco da amori fatui, da gratificazioni illusorie, da “prosperità, popolarità e potere” (le tentazioni affrontate da Gesù nel deserto).

E, anche se tanti giovani si sentono – o vengono additati – come “mele marce”, ricordiamo loro che “anche le mele marce hanno i semi buoni”.

                                                                          Valentino Salvoldi

Vi farò diventare pescatori di uomini

Avevo dieci anni, a casa mia un prete missionario – che sarebbe poi diventato mio maestro di vita – durante la Messa celebrata in casa mi chiese: “Qual è il passo del Vangelo che ti ha colpito di più?”. E io risposi: “Quello nel quale Gesù invita alcuni pescatori a seguirlo perché li farà “pescatori di uomini”.

“Perché ti ha colpito?” mi domandò ancora il sacerdote. E prontamente risposi: “Perché lasciano tutto per seguirlo”.

Ancora oggi cerco di immaginarmi queste persone stanche, stufe di una quotidianità alienante, ripetitiva, china sul lago, china su se stessi, ripiegata su una concezione orizzontale dell’esistenza.

Cristo, avendo ben chiara la croce, spinge l’uomo a scoprirne in profondità le due immagini: l’orizzontalità e la verticalità (e la dimensione orizzontale della croce è ben diversa dalla concezione orizzontale di un’esistenza banale: è quella delle braccia di Cristo aperte sull’umanità). Egli ci chiede il passaggio dal lago – un bacino chiuso, con acque pressoché ferme – all’umanità, alle folle variopinte e agitate del mondo; dal guardare le proprie reti, alle reti di una umanità bisognosa; da un utilitarismo personale ed egoistico, all’amore per il prossimo.

Chiede di estendere lo sguardo dai pesci di lago agli sguardi degli uomini.

Chiede di dilatare il presente e la coscienza: dilatando il presente si pone attenzione all’essenziale senza assolutizzare il  passato o il futuro; dilatando la coscienza si fagocita il caso e il pressappochismo, per dare spazio all’esperienza e all’amore.

Ancora oggi la situazione è attuale, nella scelta del maestro di vita che impone di abbandonare il vecchio stato di coscienza per uno completamente nuovo; abbandonare la piatta esistenza di una libertà fuorviante e fasulla per uno sguardo che sia dilatato verso l’umanità, e al tempo stesso rivolto verso l’Alto a scoprire l’essenziale, invisibile agli occhi di chi guarda sempre soltanto verso se stesso.

Enrico Segatto

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