Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio

Opinioni a confronto: Valentino Salvoldi e Suor Chiara Antonella Poli, clarissa

Dopo vari tentativi di cercare la verità e la bellezza in tutte le correnti filosofiche, Sant’Agostino, approdando a Cristo, celebra nei suoi scritti la  “bellezza tanto antica e tanto nuova”: la bellezza che è Dio stesso. Bellezza  riflessa nel creato e in ogni nostro tentativo di andare oltre i limiti del mondo, per vedere in tutto un riflesso della Trinità. Bellezza che la Bibbia esprime con i termini: gloria, splendore di verità, fascino ed entusiasmo (parola che proviene dal greco e significa: essere in Dio). La bellezza, per l’ebreo, s’identifica con la gioia di trascorrere l’esistenza aggrappati a Dio e stare continuamente alla sua presenza, come proclama San Pietro sul monte Tabor: “Signore, è bello per noi essere qui!”.

Stare con Lui è un anticipo di paradiso, fonte di gioia che il mondo promette e non sa dare, perché senza Dio nulla ha senso, nulla può riempire la nostra esistenza. Di fronte alle prove – a nessuno risparmiate –, di fronte alla malattia e alla morte, senza una vita aggrappati all’Assoluto ogni realtà perde il suo fascino, distrutta dal terribile pensiero di cadere nel nulla.

Con la certezza che Dio è accanto a noi, con San Paolo possiamo dire di non temere la nudità, la fame, la spada. Di non temere la morte. Di non temere di ripetere quanto affermano i Saggi dell’Antico Testamento: “Mostrami, Dio, il tuo volto!”.
Chi teme la bellezza di Dio, del creato e propria, si condanna a essere brutto interiormente e – conseguentemente – a diventare “cattivo”, vale a dire “schiavo dell’umana miseria”. Chi, nonostante i limiti, scopre di essere creato come un prodigio (cfr. Salmo 138), libera in sé la lode a Colui che è la fonte di ogni bellezza e che ci plasma secondo la sublimità dei nostri pensieri, nella misura in cui accogliamo il divino che è in noi.

                                                                  Valentino Salvoldi

www.salvoldi.org

Il più bello tra i figli dell’uomo

«Tu sei bellezza»… Questa definizione di Dio compare per ben due volte, in uno degli scritti di San Francesco, le Lodi di Dio Altissimo. Lui, follemente innamorato di Dio, di Cristo, non sa fare altro che fissare il suo sguardo contemplativo in Lui e, quasi in un grido di stupore e di estasi che non può trattenere, dice il suo nulla e il Tutto dell’Amato. Ma quale bellezza canta Francesco? E quale dono di bellezza è riservato a noi, se lo vogliamo riconoscere e accogliere?

Qualche giorno fa ho ricevuto la telefonata di un’amica molto provata dalla depressione. Chiedeva il sostegno della nostra preghiera, affidandoci tutta la sua fatica e, soprattutto, il suo senso di fallimento. Io ho provato a rassicurarla dicendole che non è sola a portare questo pesante fardello, che i suoi cari le vogliono bene, e che anche per me la sua vita, la sua amicizia, è molto importante e preziosa. «Forse la cosa più importante» le ho detto, «è che tu ti voglia bene, perché», ho aggiunto, «tu sei bella». Lei è rimasta meravigliata, perché si chiedeva come potessi essere così sicura di questo, senza vederla…

Il mondo propone una bellezza che “appare”, che fa riferimento a determinati canoni estetici, suscettibili di cambiamento a seconda delle mode, delle culture, dei condizionamenti dei media e della pubblicità… Gesù, al contrario, si presenta come «il più bello dei figli dell’uomo», ma la sua bellezza non schiaccia, non annienta, non ci fa sentire brutti e insignificanti. Lui «dà il meglio di sé» quando «colui la cui bellezza ammirano incessantemente tutte le beate schiere dei cieli… il cui ricordo risplende soavemente… e la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme» (cfr. Quarta Lettera di Santa Chiara a Sant’Agnese di Boemia, 10-13) ci appare con il volto sfigurato dal dolore, durante la Sua Passione e poi sulla croce. Dolore: dono di sé portato alle sue estreme conseguenze. Parafrasando il proverbio secondo cui «non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace», si potrebbe dire che «non è bello ciò che è bello» (secondo i canoni dell’estetica), ma «è bello ciò che è amore», o «è bello ciò che è donato».

Suor Chiara Antonella Poli, clarissa

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