«Hai abbandonato il tuo primo Amore»

Confidando nella misericordia

Nell’antico teatro di Efeso (Turchia), un bel gruppo di giovani sacerdoti – studenti del Seminario Lombardo, in Roma – intona: “Va’, pensiero, sull’ali dorate”.Dall’ultimo gradino di questo famoso sito archeologico – una delle sette meraviglie del mondo – si può godere di una splendida vista sulla città e sul porto antico. L’acustica è perfetta, come duemila anni fa. E lì, ascoltando le note di Verdi, non si può fare a meno di pensare non solo agli schiavi ebrei di cui parla il Nabucco, ma anche alla storia di Efeso, sia quella dei tempi della dea Artemide che quella dei primi cristiani, ai quali l’autore dell’Apocalisse ha indirizzato una delle lettere alle sette Chiese dell’Asia. Medito su quanto l’Apostolo scrive al vescovo di Efeso, che Dio rimprovera non perché fosse cattivo, ma perché da giovane l’amava di più: «Ho però da rimproverarti di avere abbandonato il tuo primo amore» (Apocalisse 2,4).

Da anni, quando mi confesso, dopo aver ringraziato il Signore per il dono della fede, mi accuso che amavo di più Dio quand’ero giovane. Il trascorrere del tempo comporta il rischio di prendere per scontato l’Amore – che è lo Spirito Santo – e di venir meno in quel fervore che da piccolo mi faceva piangere quando vedevo che qualcuno si allontanava da Dio, come i miei compagni di scuola che frequentavano poco la chiesa, a volte bestemmiavano e mi facevano proposte non conformi alla morale cattolica. Amavo di più Dio nei primi anni d’insegnamento in Africa, dove pregavo tanto e praticavo costantemente il digiuno, vivendo con gli studenti anziché con i professori. Anche se per il Vangelo ho rischiato più volte la vita, posso ritenermi a posto con la mia coscienza? Ho fatto tutto quello che il Signore si aspetta da me? Come reagisco di fronte ai suoi silenzi? Fino a che punto metto in pratica tutto quello che insegno agli altri?

In Burundi mi sono confessato, recentemente, da un mio ex alunno al quale – oltre quarant’anni fa – insegnai morale biblica. Prima dell’accusa individuale, davanti ai sacerdoti burundesi avevo chiesto perdono per ciò che ho appena esplicitato. Il mio confessore non mi lasciò neppure aprire la bocca, perché si sentiva orgoglioso di confortarmi, ripetendomi quanto aveva da me imparato:

  • Siamo tutti contemporaneamente santi e peccatori.
  • Se il mio cuore mi accusa di peccato, Dio è più grande del mio cuore.
  • Il mio peccato non distrugge in me il volto del Creatore, del quale rimango sempre immagine e somiglianza.
  • La santità non consiste nel non peccare, ma nel tornare ogni giorno da capo.
  • Ma soprattutto non si deve mai dimenticare che il nostro padre nella fede, Abramo, in Egitto mentì per salvarsi la vita, mettendo a rischio quella della moglie Sara. Davide fu violento, assassino, adultero e ciò nonostante fu il progenitore del Messia. Pietro rinnegò tre volte Gesù, pronunciando quel «Non lo conosco!» che va inteso come: «Non lo amo; non lo amo assolutamente; non lo amo per nessun motivo! ». Eppure è la pietra sulla quale Cristo ha costruito la sua Chiesa.

Chi è tentato di scoraggiarsi per i propri limiti può consolarsi al pensiero che, al di là dei nostri errori, agli occhi di Dio conta il fatto di aver cercato di essergli fedeli. Inoltre, se Abramo, Davide e Pietro sono in paradiso, possiamo sperare – per la divina misericordia – che ci sia un posto anche per noi nel regno dell’amore.

                                                                                  Valentino Salvoldi

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