L’arte di mendicare amore

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Stefano Bortolotti

Solo, su una panchina del parco di una scuola dei Salesiani, un giovane senegalese se ne sta con la testa tra le mani: situazione anomala per gli africani che solitamente, nella loro terra, non amano mostrarsi tristi. È un profugo con un solo desiderio: morire. Non ha conosciuto l’amore di una famiglia. Non ha mai detto a una persona di volerle bene. Non si ritiene bello. Si sente freddo dentro.

Gli parlo del suo Paese. Condivido il pranzo offerto dai Salesiani e gli dico che ho bisogno di fare quattro passi con lui in città. “Perché hai bisogno?”, chiede. Gli rispondo che sono un mendicante d’amore e che la mia gioia consiste nell’aiutare la gente a stare bene nella propria pelle, per cui sto male se vedo un giovane triste. Al tramonto mi sussurra: “Padre, ora mi sento bene dentro”.

La storia si ripete… Diverso è il colore della pelle, identica la domanda di senso e d’amore, ovunque e a tutte le età. Amore che anche Cristo ha mendicato, come risulta dal Vangelo del discepolo amato: “Io ho scelto voi e vi ho chiamato ‘amici’” (cfr. Giovanni 15).Cristo ha chiamato “amici” i suoi discepoli, per dimostrare la divinità delle passioni umane e la profondità della sua umanità. Non ha esitato a supplicare: “Rimanete nel mio amore!”. Fino all’ultimo momento ha cercato di riscattare l’amico Giuda (cfr. Matteo 26,50). Desiderò morire circondato non da discepoli, ma da amici. Perché Egli attorno a sé volle (e vuole) solo innamorati. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri” (Giovanni 13,34): incoraggiante invito a credere nella reciprocità dell’amore. Dare amore e ricevere amore. Offrirlo e chiederlo. Fare vivere una persona che, a sua volta, ripaga cento volte tanto. 

Amare sull’esempio di Gesù, modello e parametro del nostro amore. Amare, liberi da ogni paura perché “non più servi, ma amici”. E come tali, felici di vibrare sulla stessa lunghezza d’onda, senza complessi d’inferiorità, gioiosi di guardarsi negli occhi “alla pari” condividendo la nostra vita, il nostro sogno e la fede nella sua promessa: “La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giovanni 15,11).

Solo metà giornata ho trascorso con quel giovane senegalese. Ma quell’incontro ha contribuito a rendere ancora più fecondo il mio sacerdozio. Fecondità che riesce a ridare vita alla vita, e testimoniata soprattutto da una frase che il ragazzo africano mi ha scritto: “Ora mi sento bello”.

                                                                             Valentino Salvoldi

www.salvoldi.org

Non è semplice mendicare amore in una società dove l’intrattenimento e la socialità virtuale hanno preso il dominio sul palcoscenico dell’io. 

Eppure, tra le pieghe del narcisismo più becero, tra le maglie del nichilismo più inconcludente, tra gli anfratti della più banale e insensata superficialità dell’essere, fa ancora capolino quell’uomo di cui parlava Sant’Agostino.

Quell’uomo che è “bisogno di amare ed essere amato” (San Tommaso d’Aquino)

È purtroppo solo nell’emergenza, nelle situazioni più catastrofiche, nelle tragedie, che le nostre virtù spuntano nel deserto arido della nostra quotidianità.

Nelle difficoltà gli uomini si riscoprono fratelli. Il pianto disperato di un bambino cui è crollata la casa sotto i colpi dei mortai può ancora scaldare i nostri cuori infreddoliti. Il lamento di una madre che piange un figlio morto può ancora scavare nell’animo della comunità più disgiunta. Un terremoto che distrugge un piccolo villaggio può ancora muovere le braccia di giovani in apparenza svuotati di senso per riassettare vie e palazzi. “Eppur si muove”, verrebbe da dire. Allora, che succede? Che fare? Dobbiamo “passare attraverso la sofferenza per fare la differenza”? Credo di sì.

È necessario cancellare dai nostri schemi quella che i sociologi definiscono “la società che recita” e riscoprirci fragili: è necessario dotarsi di sistemi di comunicazione in grado di far emergere le miserie quotidiane che ci circondano e che ci celiamo vicendevolmente. Solo smettendo di fingerci felici, riscoprendoci poveri, miseri, potremo riscoprire la nostra umanità più autentica. 

Quando sono debole, è allora che sono forte. 

Quando mi sento piccolo, è allora sono grande. 

Quando mi riscopro umile, è allora che posso riscoprirmi “mendicante d’amore”. Un uomo forte in virtù della propria debolezza.

                                                                             Stefano Bortolotti

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