La speranza che alimenta la gioia

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Flavio D’Andrea

Nietzsche, nella Gaia scienza, afferma: «Non crederò mai in un Dio che non sappia danzare». Se il filosofo tedesco avesse letto bene la Bibbia – e l’avesse affrontata con il cuore, non solo con la fredda ragione – avrebbe incontrato un Dio che non solo vuole danzare con noi, ma anche “danzare con grida di gioia, come nei giorni di festa”, insegnarci nuovi passi di danza e aprire gli occhi al credente affinché riconosca: «Hai mutato il mio lamento in danza…» (Salmo 30,12).

Dio ribalta il pessimismo e il nichilismo di alcuni filosofi, facendoci  dono della virtù teologale della speranza, balsamo soprattutto per chi vive in un contesto di crisi, di paure, d’incapacità di guardare al futuro. In queste situazioni l’uomo di fede riesce a parlare della speranza come scandalo e scommessa, sfidando il depresso e lo scoraggiato: «Tu sei vecchio come il tuo pessimismo, ma puoi diventare giovane come la tua speranza».
 
Questa virtù è paragonabile ai piccoli fiori che, benché nascosti tra le rocce e quasi invisibili, imbalsamano l’aria e annunciano prossima la primavera. La speranza è la meno “celebre” tra le virtù teologali, ma è la più preziosa: chi la possiede vede già la spiga di grano nel chicco che marcisce. E sente il bisogno di comunicarla a tutti, in particolare a molti giovani alla ricerca di persone che diano loro un anticipo di fiducia, li aiutino a sognare e li spronino a progredire. Essi hanno bisogno di un varco di luce che illumini le loro profondità, tolga l’angoscia e inciti al cammino. Perché senza speranza si spegne il gusto di vivere, di cercare e di amare.

Vita, ricerca e amore, per chi crede in Dio, hanno un nome: Cristo. Egli, in un mondo spesso sconvolto da eventi tristi, ci dà la grazia di liberarci dal pessimismo e di alimentare la nostra gioia.

                                                                                   Valentino Salvoldi

Quella  incontenibile gioia

Leggendo le tue parole mi viene in mente la foto del fratello di mio nonno, Giovanni, missionario in Guatemala e Venezuela. La foto che c’è in cimitero lo ritrae danzante durante una festa. Non tornava spesso, però le poche volte che l’ho incontrato da bambino, mi ha sempre trasmesso allegria e gioia. Nel tempo ho scoperto che ha vissuto anni durissimi in missione, ma l’atmosfera che si creava quando si parlava di lui era sempre di festa. 

Ed è forse da questo sentimento di allegria che ha cominciato a crearsi in me una sorta di cortocircuito: da ragazzo non riuscivo davvero a capire come mai a messa, da noi, non si danzasse; eppure i Salmi parlano di “canti e danze”, di “profumi inebrianti”, di gioia incontenibile. Come si fa a esprimere una gioia incontenibile senza danzare?

In qualche modo forse Nietzsche aveva ragione, perché sarebbe stato meglio che la danza potesse essere riconosciuta come una realtà incontestabile della vita cristiana, più che un ricordo dei tempi del Re Davide! Così di sicuro lo sarebbe stata anche la dimensione della speranza. Infatti, le due parole (“danza” e “speranza”) a livello etimologico sono molto simili; entrambe hanno la dimensione del “tendere”, “tirare”, “andare verso”. Mi viene quindi da dire che, per riscoprire una dimensione di fiducia e speranza nel futuro, si potrebbe cominciare a danzare il presente, di modo che la speranza si manifesti non come un frutto del pensiero, ma come una realtà della vita.

                                                                              Flavio D’Andrea

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