La forza di gravità celeste

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Fabrizio Martelli

I miei primi tre anni di sacerdozio, prima di partire per l’Africa, durante l’estate spesso salivo con un gruppo d’amici, in silenzio, un’alta montagna dolomitica nel bergamasco: la Presolana. A ogni pausa veniva letto un brano biblico, poi meditato personalmente. Si parlava solo per comunicare idee belle e incoraggianti, per dare speranza all’impegno socio-politico-religioso dell’inizio degli anni Settanta. Sulla vetta facevamo l’atto penitenziale e l’offertorio, e formulavamo preghiere spontanee. Al tramonto consacravo il pane e il vino, ricevuti da tutti con riconoscente amore a quel Dio che era percepibile nei nostri sguardi, trasfigurati dalla Bellezza. Attorno a noi tante stelle alpine che non nascono nelle paludi: sono il dono riservato ai ricercatori del silenzio. A  noi, che, vinti dalla forza di gravità celeste, facevamo nostro il respiro di Dio.

Sono passati cinquant’anni da allora e un’amica mi scrive: “Riesco, sia pure a fatica, a credere ancora in Dio in virtù di quell’esperienza di fede che abbiamo vissuto durante quelle tre estati in Presolana”. E pure io, dopo aver attraversato tante “paludi” negli angoli più impoveriti della terra, dopo tante ingiustizie toccate con mano in tutta l’Africa subsahariana (i bambini morti per fame, le guerre…), giungo alla medesima conclusione: l’esperienza di Dio – una notte al cimitero, a ventitré anni, davanti alla tomba di mia sorella Elisa – e quelle giornate consacrate all’Eucaristia, in montagna, quando il pregare era una festa, mi hanno più volte permesso di ripetere: “Signore, non ti vedo, non ti sento, non capisco… ma ti do credito perché ti ho incontrato. Perché mi hai sedotto, attratto dalla forza di gravità celeste”.

Tante persone farebbero meno fatica a credere in Dio se fosse presentato bello e raggiante di splendore come Egli è, come si è mostrato ai discepoli allorché, pregando, si è trasfigurato davanti a loro.

Crederebbero se facessero esperienze collettive di una preghiera non formale, ripetitiva e teatrale, ma essenziale, nuova e mistica. Crederebbero se la celebrazione eucaristica non fosse una rappresentazione, ma un “memoriale”, cioè non un semplice ricordo della morte e risurrezione di Cristo, ma una attualizzazione del Mistero. Se così fosse, sarebbe spontaneo, dopo la Comunione, ripetere: “Signore, è bello per noi essere qui!” (Matteo 17,4).

                                                                            Valentino Salvoldi

Non tutto quello che è vero è comprensibile con la ragione

Pascal nei Pensieri, ai numeri 144 e 146, pone l’accento sulla debolezza della ragione di fronte alla conoscenza. Ci sono cose che non possiamo capire con la ragione, ma che sono vere. Pascal rimarca che non possiamo conoscere la verità solo con la ragione: infatti “Noi conosciamo la Verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore”. Esiste una conoscenza intuitiva che trascende e sovrasta la ragione e che esprime la ricerca dell’uomo verso la Verità. È quella che Pascal indica come “le ragioni del cuore” cioè “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: lo si osserva in mille cose. Io sostengo che il cuore ama naturalmente l’Essere universale, e naturalmente se medesimo, secondo che si volge verso di lui o verso di sé; e che s’indurisce contro l’uno o contro l’altro per propria elezione”. Le ragioni del cuore sono una forma di conoscenza intuitiva che è primariamente alimentata da una profonda passione per la Verità. In pratica, l’amore per Dio spinge alla conoscenza della verità e a una forma di conoscenza che non può sgorgare dal solo studio filosofico razionale. Però dobbiamo stare attenti a non giudicare erratamente questa forma di conoscenza. Non siamo di fronte a qualcosa di inferiore rispetto alla conoscenza razionale, come fosse un vago sentimento interiore, al contrario.    È evidente nel pensiero di Pascal che la sola ragione può sviluppare soltanto una conoscenza parziale, che può avere il suo completamento unicamente attraverso le ragioni del cuore. Le stesse affermazioni sono rintracciabili nei pensieri di diversi scienziati. Quando Einstein afferma che “La luce è l’ombra di Dio”, in fondo cosa vuol esprimere se non che la vera conoscenza implica Dio? E Pasteur, quando afferma che “Poca scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a Lui”, non intende forse che esiste una conoscenza caratterizzata dal tratto della totalità e che è alimentata dalla presenza stessa di Dio? I Pensieri di Pascal ci fanno quindi sorgere una domanda: “Può essere concepita una conoscenza completa nella sfera umana senza cercare un rapporto con Dio?”.

                                                                               Fabrizio Martelli

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