Vivere è cambiare

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi, Don Alessandro Angioletti e Don Roberto Falconi

Perché non cambia mai nulla? Perché andiamo ripetendo frasi fatte, stereotipe e bugiarde riguardo a cambiamenti che non arrivano mai? Forse perché vi sono troppo poche persone autentiche, vale a dire: capaci di rendere azione la parola, di dare un senso a quello che fanno, di mettere cuore nel loro agire. Non vivono la parola “incarnata” nel quotidiano, seguendo le orme di Cristo che è stato tanto più divino quanto più era umano: nudo nella mangiatoia e sulla croce, desideroso di scegliersi degli amici, compagno di viaggio dei suoi contemporanei, non retorico ma schietto nel denunciare le ingiustizie, moderato anche nel compiere miracoli per lasciarci liberi di non credere…

Le persone non autentiche “dicono e non fanno”. Proclamano: “Largo ai giovani. Il futuro è dei giovani”, senza creare per questi spazi concreti, senza pensare che la gioventù dura poco, senza credere fino in fondo nella capacità della presente generazione di attuare cambiamenti positivi.

Le persone autentiche vanno cercate nel volontariato, nelle migliaia di medici che avevano risposto all’appello di recarsi in soccorso dei colpiti dal coronavirus. Persone autentiche nella loro convinzione che la bontà non può essere ammazzata da un virus, per cui si impegnano nel diffondere la dottrina sociale della Chiesa, lavorano per creare una società più giusta, cercano di cambiare l’orientamento dei social media affinché servano ad aggregare i singoli attorno a valori umani e divini. Sono persone coraggiosamente proiettate verso un futuro che sarà migliore grazie a quanti non si lasciano imprigionare dalle loro colpe, si liberano da quell’“avere e potere” disgregatori della comunità  e fanno proprio il motto del cardinale Newman: “Vivere è cambiare e si arriva alla perfezione cambiando continuamente”.

                                                              Valentino Salvoldi

Ma cosa significa veramente cambiare? Trovo in questo verbo una montagna da scalare: siamo tutti capaci di dire che bisogna cambiare, anzi, abbiamo detto che questa stessa epidemia ci avrebbe cambiati in meglio. Non sono per niente convinto. Basta accendere la televisione per constatare che i politici si azzuffano come prima e forse più di prima; a loro si sono aggiunti virologi, medici e scienziati che fanno a gara a chi la sa più lunga e a chi fa più presa sulla gente; i cristiani sembravano essersi un po’ convertiti nei momenti più bui del terrore, ma molti, appena si è usciti dal tunnel, sono tornati alla loro indifferenza verso Cristo, il Padre eterno e la Chiesa. E voi mi parlate di cambiamento? I giovani: tanto di cappello a quei ragazzi che hanno dimostrato responsabilità, che si sono prodigati nell’emergenza a farsi prossimi; poi sono bastati il caldo e l’aria d’estate per ritrovarli nel giro del divertimento senza alcun senso di responsabilità. Nella mia comunità anche nel periodo dello slogan #iorestoacasa alcuni girovagavano e si ammassavano tra loro senza nessuna remora, col placet dei genitori che li lasciavano agire indisturbati. E mi parlate di giovani responsabili a cui dare in mano il futuro? Non facciamo ovviamente di tutta un’erba un fascio, e lo ribadisco: tanto di cappello e di elogi ai ragazzi e giovani che davvero dimostrano serietà, solidarietà, autenticità nel vivere il Vangelo anche nella società di oggi, con scelte controcorrente, ma sono convinto che se vogliamo dare spazio ai giovani – ed è giusto, perché essi sono il futuro – loro stessi dovranno dimostrare di essere in grado di prendere in mano questo futuro, senza ammazzarlo. E non venite a dirmi, come sento nel mio paese, che fino a quando gli adulti non lasceranno loro spazi concreti non potranno dare prova di maturità. Sono tutte fandonie! Si cresce e man mano si dimostra ciò che si è: non ci si improvvisa giovani responsabili dall’oggi al domani. Lascereste voi una corda alla quale siete aggrappati, non sapendo cosa c’è sotto i vostri piedi?

don Alessandro Angioletti, parroco

TRASFORMISTI

Nella canzone Magari Renato Zero cantava: “Magari toccasse a me. Ho esperienza e capacità. Trasformista per vocazione”. Tu parli – giustamente – di cambiamento. Ma quello che io vedo oggi è spesso trasformismo. Come camaleonti pronti a cambiare pelle per cogliere l’opportunità che ci pare più comoda e utile per la nostra vita. Altro che cambiamento per essere autentici: il motto di oggi è semmai “essere opportunisti”! Trasformisti per vocazione, in perenne cambiamento per il nostro tornaconto. Se l’aria tira sul giustizialismo, tutti pronti con la ghigliottina a riportare ordine. Ma se il giorno dopo la parola d’ordine è “buonismo”, tutti pronti a trasformare pietre in pane. Perfettamente diabolici. Forse avremmo bisogno di ciò che un altro cantante, Franco Battiato, ci ha offerto in uno dei suoi più bei pezzi: “Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia cambiare idee sulle cose e sulla gente”. Ogni cambiamento per non essere capriola di fumo deve avere una meta, una direzione ben precisa verso cui dirigersi. Un centro di gravità che mi attiri e produca tutti quei cambiamenti in me per andare là dove trovo il senso della mia vita. Visto che hai citato il card. Newman, non posso che rammentare il motto del suo stemma cardinalizio: “Cor ad cor loquitur”. In questo cuore a cuore fra Dio e la sua creatura viene illuminata la strada da percorrere. E per la quale siamo disposti a cambiare per arrivare a Lui. Allora sì che vivere è cambiare, perché non lo faremo guidati dalle nostre voglie o dai nostri interessi, ma da una luce che brilla e traccia il cammino per noi. Abili navigatori sempre pronti a correggere la direzione.

don Roberto Falconi, sacerdote “contemplativo”

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