Perché non raccontare storie belle?

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e  Giovanni Tonucci, arcivescovo emerito di Loreto

Che cosa c’è nel male di tanto affascinante? Perché tanta morbosità nell’informarsi su omicidi, divorzi e infedeltà matrimoniali? Che cosa spinge i giornalisti a sbattere in faccia alla gente tante miserie umane? La risposta consueta è che queste notizie interessano e fanno vendere i giornali. Tutto ciò è squallido, ma sembra che così vada il mondo dei mass media. Forse bisognerebbe avere il coraggio di affermare che molte persone cercano nella cronaca nera una giustificazione ai propri limiti e peccati: «Tanto… fanno tutti così». In questo modo il male si diffonde sempre di più, corrompe le nuove generazioni e fa da narcotico a quegli adulti che sguazzano nella melma. La Bibbia riassume così questa situazione: «Un abisso chiama l’abisso» (Salmo 42,8).

Chi ancora crede nella possibilità di salvezza delle future generazioni, oltre a boicottare la vendita di giornali scandalistici, dovrebbe scoprire la bellezza dell’igiene mentale, del silenzio, della lettura di libri sapienziali. Testi che raccontino fatti positivi e leggano la realtà non alla luce del giovane che compie un crimine, ma dell’eroismo di sua madre: per lui piange, lo ricorda quand’era bambino e cercava di essere buono, e perdona chi l’ha trascinato in situazioni negative, portandolo alla droga o alla malavita.

Abbiamo bisogno di imparare a scoprire l’anima di verità e di bellezza presente anche nel limite e nel peccato. Valorizzare la scintilla di bene nascosta anche nel male, la nostalgia della bontà presente anche nel malvagio. Metterci nei panni di chi ha sbagliato, con la coscienza che non è merito nostro se non siamo criminali: Dio ci tiene la mano sulla testa! E fatti questi passi, raccontare il tanto bene che ancora c’è sulla terra. Salviamo l’umanità immettendo amore nel racconto del vivere quotidiano. Il papà che dice al figlio: «… sono tutti ladri» prepara il futuro ladro. Gli ruba la speranza. Si scava la sua fossa sotto i piedi. Se invece gli racconta storie di bontà, può sperare di invecchiare serenamente, perché suo figlio crederà nell’Amore.

                                                                          Valentino Salvoldi

Il complesso di Susanita

Che le notizie di delitti e comunque di cattive azioni attirino l’interesse più dei buoni esempi, che pure ci sono, è una constatazione facile da fare. L’abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, con l’attenzione spietata all’ultimo scandalo finanziario, all’ultimo assassinio, alle più recenti imprese della criminalità organizzata.

Si dirà, giustamente, che si tratta di una manifestazione di morbosità da parte del grande pubblico, che ha bisogno di essere foraggiata, e, dato che la nostra memoria è molto corta, e dato che gli episodi della cronaca si consumano in fretta, è sempre necessario trovare cose nuove, e possibilmente più raccapriccianti, per richiamare il necessario interesse.

Ma forse potrei suggerire una seconda ragione di questo atteggiamento, che mi è stata suggerita da un personaggio dei fumetti di Quino, il grande artista argentino, morto proprio alcune settimane fa. Il suo personaggio più famoso, lo sappiamo tutti, è Mafalda, la bambina idealista e contestatrice, che mette in crisi chiunque le si avvicini, a cominciare dai genitori. Nel gruppo dei suoi amici, che condividono le sue imprese ma non le sue idee, c’è Susanita, il perfetto modello della bambina il cui sogno è quello di diventare bella, ammirata e famosa. Ebbene, in una delle “strisce” di Quino, Susanita mostra il suo grande interesse per la cronaca nera, per le cose brutte e cattive che accadono nel mondo, e, a Mafalda, che si stupisce di questo interesse, spiega: “Leggendo queste cose, mi sento tanto buona!” Mi pare che sia stato Sant’Agostino a scrivere: “Si isti et istae, cur non ego? – Se tutti questi sono diventati santi, perché non posso esserlo anch’io?” Susanita, e spesso noi con lei, diciamo invece: “Come è bello sentir parlare della cattiveria degli altri, così possiamo capire come, nel confronto, siamo buoni” e quindi apprezzare meglio la nostra sterile mediocrità.

 Giovanni Tonucci, arcivescovo emerito di Loreto

One thought on “Perché non raccontare storie belle?

  1. Forse qualcuno mi dirà che sono fuori tema… Ma non credo. Uno degli «uffici» che svolgo in comunità, è il servizio in portineria. Devo dire che è un servizio che mi piace molto, perché mi dà la possibilità del contatto con le persone, condividendo le loro attese, speranze, sofferenze, disillusioni… C’è, a volte, anche se inconsciamente, un bisogno di sentirsi derelitti, sofferenti, frustrati, incompresi… Non dico che questa non sia la reale condizione delle persone che ci chiamano, ma a volte, ripeto inconsciamente, forse il sentirci vittime di sofferenze più o meno giuste, alimenta il nosto bisogno di attenzione, di amore… Forse proiettiamo, allora, sulla ricerca spasmodica dell’ultima notizia di cronaca nera, dell’ultimo scandalo… un nostro bisogno di sentirci considerati… Ma Gesù, è il Primo che ci ha portato LA Buona Notizia: siamo amati da Dio Padre, e questo Amore Lui ce lo dà a piene mani, perché a nostra volta lo possiamo donare. Allora, altro che sentirci vittime, o aver bisogno, più o meno inconsciamente, di specchiarci in altre vittime solo per autocommiserrci! Dio ci ama e aspetta da noi grandi cose! Per questo raccontando storie belle, che non nascondono il limite, la fragilità, anche la bruttura dell’essere umano, siamo stimolati a guardare la bellezza che abbiamo in noi, perché fatti «a Sua immagine e somigianza»!
    Suor Chiara Antonella Poli

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