Silenzio, nostra forza

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Suor Chiara Antonella, monaca di clausura

Perché tanta paura della solitudine, del deserto e del silenzio? Perché tutto quel rumore programmato?… Per evitare che la gente,  pensando, cresca in sapienza e grazia, dilati i propri orizzonti e abbia i mezzi per sconfiggere quei sistemi basati sul nulla, sulla menzogna, sulla competitività.

Silenzio: guardiano dell’anima. Silenzio: non chiusura delle labbra, ma dilatazione del cuore. Silenzio: dono di Dio all’uomo e abbandono dell’uomo a Dio che ci fa sperimentare l’apice della preghiera nell’abbraccio dei nostri silenzi. 

Quando Dio volle scegliersi un popolo che si liberasse dalla schiavitù fisica, intellettuale e morale, lo face vagare per quarant’anni nel deserto. Là, in quella immensa “distesa di segatura”, nella più assoluta solitudine e nello sconcertante silenzio, gli Ebrei si purificarono, scoprirono il vero volto di Dio e svilupparono tutte quelle potenzialità che li rendono tuttora “il popolo eletto”.

E in molte tribù africane, il silenzio, il deserto e la durezza di vita sono proposti agli adolescenti che devono trascorrere da tre mesi a tre anni nella foresta, perché scoprano che cosa voglia dire essere “uomini”. Gli Orientali  introducono i giovani alla vita attraverso riti di iniziazione basati sull’ascolto del silenzio e sulla meditazione, guidata da un maestro di vita. Gli Occidentali, invece, hanno altri “maestri”: la discoteca, la musica assordante, lo smartphone, e tutti quei mille impegni atti a scongiurare il “pericolo” che uno si fermi a pensare. In queste condizioni, quanta fatica è richiesta a chi vuole prendere in mano la propria vita a livello intellettuale, morale, religioso?  Chi ancora cerca di partecipare a una Eucaristia domenicale, con la testa piena di stupidaggini, che cosa vi può ricavare? Chi pensa di incontrare?  Può sperare in una conversione? E  sognare che il deserto possa fiorire?

                                                                                       Valentino Salvoldi

Silenzio “abitato”…  per una parola “abitata”

C’è un dato, di una logica tanto stringente da apparire quasi banale: ogni suono, ogni rumore, essendo una realtà finita, ha un inizio e un termine.

Prima del suono, del rumore, c’è il nulla, il vuoto. E subito, implacabile, una domanda: prima di tante nostre parole, di tante nostre “comunicazioni”, cosa c’è? Da dove traggono origine? Quante nostre parole sono alla stregua di un qualsiasi suono o, peggio, di un qualsiasi rumore: non vengono dal silenzio, ma dal vuoto! C’è una differenza sostanziale tra il silenzio e il vuoto: il vuoto parla di assenza; il silenzio, invece, di attesa di una presenza.

Il silenzio, dunque, è come il grembo in cui si genera, si custodisce, poi si “partorisce” la parola. Quanta custodia richiede il grembo, perché si creino le condizioni per generare la vita! Quanta custodia richiede il nostro cuore, per generare parole grandi, che diano vita, che consolino, che raccontino profondità, e non banalità!

Leggendo la riflessione di don Valentino, mi ha colpito molto una definizione del silenzio: “Silenzio: non chiusura delle labbra ma dilatazione del cuore”. Mi sembra che sintetizzi molto bene quella che è la mia esperienza e soprattutto la mia quotidiana attesa nei confronti del silenzio. Sì, perché come è molto forte il rischio di una comunicazione senza sapore – e nella migliore (e forse meno dannosa) delle ipotesi, senza contenuto – vedo altrettanto il rischio di un silenzio che si confonde con il vuoto, o, peggio, di un silenzio “armato”. Armato dei nostri risentimenti, dei nostri rancori, tenuti ostinatamente chiusi dentro di noi, magari illudendoci, così, di apparire virtuosi ai nostri occhi, a quelli degli altri e, forse… anche a quelli di Dio.

Che gioia quando il silenzio, da semplice esigenza, diventa dimensione vitale, appuntamento sempre vivo e rinnovato con lo Sposo e con i fratelli! Con lo Sposo, per ascoltare, e dire, le parole ineffabili dell’Amore; con i fratelli, perché l’Amore si manifesti, si diffonda per dare vita, sanare le ferite, creare relazioni che davvero siano generate dall’Eterno, e l’eternità sia la loro durata, la loro unica ragione.

Suor Chiara Antonella, monaca di clausura

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