Perdonare la moglie che tradisce?

«È stato eroico tuo nonno a perdonare al figlio in affido che l’ha ammazzato. Forse pure io sarei capace di affrontare il martirio, atto di estremo amore che si consuma in breve tempo. Ma non sarei capace di perdonare il tradimento di mia moglie e continuare a vivere con lei…». Così scrive una persona dopo aver letto il mio libro autobiografico Non si muore, si nasce due volte. Capisco la tragedia di un marito di fronte alla moglie resa incinta da un altro uomo. Conosco la differenza tra martirio di spada e “martirio di spillo”: la capacità di affrontare il “terribile quotidiano” (Pio XI). Ma, anche nel caso dell’adulterio, che fare? Dopo averne già parlato sul mio sito, ora vorrei semplicemente accennare alla bellezza di perdonare sempre, anche per un vantaggio personale: perdonare almeno per un sano egoismo.

Il perdono di mio nonno aveva per fondamento la fede: egli aveva lo sguardo rivolto a Cristo in croce. Anche mio padre ha perdonato colui che, per invidia, per nove volte (non sette, ma nove…) gli ha bruciato la stalla, al termine di nove fienagioni. Dai familiari ho appreso l’arte di perdonare sempre, come insegna il Cristianesimo.

Ma, anche per un non credente, è bello, necessario e utile saper perdonare. La sapienza dei nonviolenti ci induce al perdono come al miglior dono che noi facciamo a noi stessi, come a una forza che ci aiuta a stare bene(tolto: con noi stessi), a liberare quel prigioniero che siamo noi quando non perdoniamo: il peggior tiranno della terra non è Hitler o Stalin, ma l’odio che coviamo in noi.

Se l’umanità (o perlomeno la cristianità) avesse creduto nella forza terapeutica del perdono, quante guerre avrebbe evitato! L’umile gesto di riconciliazione è già un anticipo di paradiso in terra…

Non sto rispondendo a coloro che vorrebbero un consiglio per chi è stato tradito dalla moglie o dal marito. Non ne ho lo spazio, né posso farlo… anche perché l’invecchiare mi porta a essere cauto, a entrare “in punta di piedi” nella vita degli altri, mentre capisco che devo essere determinato a entrare nella mia. E più penso a me stesso, più mi sento a mio agio nel cantare la misericordia del Signore. Lui mi ha fatto capire che il peccato consiste nel non realizzarmi e nel buttare via i doni che Egli mi ha dato. Io pecco, ma non sono il mio peccato. Confesso il male compiuto, poi perdono me stesso e ricomincio da capo, sempre più motivato a parlare della bellezza di perdonare, come io sono stato perdonato. 

                                                            Valentino Salvoldi

Alcuni anni fa mia moglie mi tradì. Mi tradì generando nel proprio ventre il frutto stesso del proprio peccato: un figlio non mio. Nostra figlia, a quei tempi, non aveva neppure cinque anni.

Erano tempi bui quelli. C’era tanta luce, tanto sole, era estate, ma c’era buio. Sì, per me, c’era sempre buio; il buio era un pozzo di oscurità. Un pozzo senza acqua, senza luce. La mia anima se ne stava sul fondo. Accatastati, sopra di essa, nelle profondità di quella cavità stretta e maleodorante, ammassi fetidi di rancore, rabbia, odio, risentimento, delusione e cattiveria. Sì, cattiveria. Quando si subisce un torto da parte di una persona amata, quando si scopre di aver un coltello tra le scapole e si ha di fronte il proprio assassino, sorella cattiveria fa capolino. Anche se sei buono. Anche se sei buono, esatto.

Rabbia, rancore, delusione, cattiveria e, dulcis in fundo, sete di vendetta. Questi erano i sentimenti più nobili che premevano in fondo al pozzo la mia povera anima ferita. Il mio “Io” ricurvo su se stesso. Il mio ego umiliato. Il mio amore strappato come si strappa la carta di un regalo. Ma senza regalo.

Poi, incontrai un amico, un ministro di Dio, e conobbi Qualcuno. Conobbi quel Qualcuno. Conobbi l’Amore e la forza redentrice del perdono. Conobbi quella follia, quel sentimento controintuitivo che brucia l’odio senza fuoco e spalanca le porte dell’amore, quello con la A maiuscola. Questo tipo di Amore non è per tutti e, soprattutto, non è per tutti i giorni. Non è un tipo di Amore che si manifesta in condizioni di normalità. È un amore che distrugge il male, quello con la M maiuscola. Quando il male prende il sopravvento, quando al male si aggiunge male, quando il male genera male, quando il male si è divorato tutto il bene, allora sì. In quel momento, quell’Amore folle pare addirittura l’unica soluzione razionale.

Quel bimbo nacque e poi morì. Povera anima. Una malattia rarissima se lo portò via poco dopo la sua nascita. Ora, sono qui, a casa mia, felice, con mia moglie, con mia figlia, e nostro figlio. Senza quell’Amore, quello con la A maiuscola, oggi quel bimbo non sarebbe qui.

                                                                                        Un amico

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