Eppure danzano

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Massimo Vergani

I neri d’Africa, autoctoni ed emigrati, come tutti gli esseri umani subiscono le conseguenze del peccato originale: peccano, si arrabbiano e passano da una innata solidarietà a una sconcertante violenza. Quando scrivo e parlo di loro, tendo comunque a sottolinearne i lati positivi perché, se aspiriamo a un miglioramento dell’umanità, occorre mettere in evidenza il bene, il buono e il bello di ogni situazione affinché possano essere emulati. Che cosa possono insegnare gli stili di vita e i valori dei nostri fratelli neri per stimolarci al bene comune?

Una prima risposta si trova in due film molto belli e significativi: Il colore viola e Quasi amici. Quest’ultimo è ambientato a Parigi: uno stravagante algerino cresciuto in Francia, uscito dal carcere, trova lavoro come badante presso un ricchissimo tetraplegico al quale ribalta la vita, aiutandolo a passare da una esistenza basata sull’insignificante “apparire”, a una vita incentrata sulla ricerca della gioia di “essere”. La gioia di comunicare: «Il mio vero handicap non è la paralisi, ma lo stare senza di lei».

Il colore viola, ambientato verso la fine del ’900 in America, mostra come l’assurda esistenza dei neri – che, violentati, diventano spesso violentatori dei loro simili – sia riscattata dalla volontà di vivere a ogni costo. E ciò grazie alla capacità di cercare ciò che c’è di bello nella vita, di puntare su ciò che c’è di buono anche nel limite, di avere fede in quel Dio che “si arrabbia quando i suoi figli non si accorgono del colore viola di un campo di fiori”. Fede che fa dire alla protagonista: «Sono povera, sono negra e sono anche brutta… ma, buon Dio, sono viva!». Fede che aiuta l’oppresso a consolare così chi soffre: «La vita è breve, il paradiso è eterno».

Ecco i neri: anche schiacciati da tutti i mali del mondo, sono capaci di danzare. Hanno voglia di vivere. Non si ripiegano sulle cose negative. Seppelliscono il figlio morto per fame e dopo tre giorni affermano di voler continuare a danzare, perché: «Ciò che è passato è passato!». Certo: quando sono stanchi di essere stanchi, diventano violenti. Con il macete possono tagliare l’erba o… la testa di chi li opprime. Ma noi siamo forse migliori, se siamo pronti a sganciare la bomba atomica, o rimaniamo indifferenti di fronte al fatto che ogni minuto muoiono di fame dodici bambini, quasi tutti neri? Forse facciamo fatica a capire, ma dobbiamo ammirarli, ammettendo: «Eppure danzano!».  

                                                                          Valentino Salvoldi

I neri d’Africa. Fluttuano ricordi nella mia mente. Occhi. Occhi spalancati davanti alla assurda assenza delle virtù del mondo. E scheletri. Scheletri coperti di pelle e mosche, ossa innocenti trasudanti lacrime nel dolore che non concepiscono. I bambini della Nigeria, del Congo, di tutta l’Africa subsahariana. C’è davvero un dopo dove chi sopravvive alla fame e alle malattie – chi ha subito e chi è cresciuto a contatto con chi subiva – danza la vita? Oppure della vita, se ne ha possibilità, ingoia tutto? Ho visto danzare. Ho visto rubare. Ho visto tendere la mano per aiutare e allungarla per affossare. No, noi non siamo migliori ma siamo uomini. E lo sono loro. Ciò che ci rende uguali, o diversi, persone degne o indegne, non è certo il colore della pelle o un passato in cui non eravamo nati, ma è la bontà o meno della nostra anima e delle nostre azioni. Nient’altro.

                                                                           Massimo Vergani

One thought on “Eppure danzano

  1. …Eppure cantano! Da musicista, leggendo l’articolo di don Valentino, mi è subito rimbalzata questa variante del titolo. Avete mai sentito uno Spiritual? Credo che, ascoltando quei canti, non si possa fare a meno di sentire nella propria carne tutta la sofferenza di un popolo scavarti dentro, tutta la forza dirompente del grido di dolore e di fede unificati, che ha il potere, nello stesso tempo, di lacerarti e di sollevarti verso quella «grande città» dove saranno asciugate tutte le lacrime dei sopraffatti dalla storia, di qualunque colore, lingua e nazione.

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