Noi siamo il nostro corpo

Opinioni a confronto – Valentino Salvoldi e Flavio D’andrea

«Mi hanno rubato il corpo»: così sospira un venticinquenne, triste, con la testa tra le mani.

Furto del corpo. Furto che ha radici lontane. In campo filosofico, Platone (IV secolo avanti Cristo) sosteneva che «Il corpo è il carcere dell’anima». In campo teologico, Sant’ Agostino (IV secolo dopo Cristo), esaltando tanto lo spirito, aveva gettato ombre sul corpo umano schiavo del peccato. E poi la storia si è sviluppata, fluttuando tra tante contraddizioni. Corpo: idolo e carcere, splendore del divino ed esca di seduzione, esplosione di bellezza e scrigno di morte.

Oggi assistiamo a due atteggiamenti opposti: l’esaltazione del nudo, e la copertura eccessiva di un corpo schiavo della moda. Dimostriamo così di non conoscere il nostro corpo, non apprezzarlo come manifestazione dello spirito, non vederlo come un tutt’uno con l’anima, destinato a un eterno peso di gloria. Diciamo di “avere un corpo”, invece di “essere un corpo”.

E che cosa è il corpo se non intima “relazione” tra materia e spirito, tra umano e divino, tra tempo ed eternità? Che cosa risorgerà nell’ultimo giorno? Ce lo insegna Cristo: la relazione d’amore. «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli… non perderà la sua ricompensa» (Matteo 10,42). Questo è il mio corpo: il bicchiere d’acqua che risorgerà (vivrà eterno) quando busserò alla porta del paradiso.

Chi scopre la bellezza di “essere” il proprio corpo – un tutt’uno con lo spirito – riesce a prendere in mano se stesso e trova il mezzo per salvarsi attraverso la bellezza, l’arte e la danza. Bellezza: splendore di Verità. Arte: rappresentazione dell’Invisibile. Danza: imitazione di Dio che si è fatto uomo, carne e corpo per “danzare con noi, come nei giorni di festa” (cfr. Sofonia 3,17).

                                                              Valentino Salvoldi

Sono venuto al mondo 37 anni fa, e dieci anni fa è cambiata la mia vita. 

Dopo l’università e un periodo in monastero, ho virato verso il corpo, trovando nella danza un campo dove far germogliare la vita.

Sono cresciuto nella separazione: da un lato, il corpo geneticamente muscoloso e allenato tra i campi di calcio raccontava un futuro certo, un dono per l’azienda agricola dei miei genitori; dall’altro, la parte emotiva seguiva desideri di radicalità spirituale, tormentata dalla necessità di un Dio che scaldasse il cuore. 

Ho trovato nell’arte il territorio di unione tra il mondo spirituale e il mondo istintuale.

Un giorno, un’insegnante mi si è avvicinata e ha messo delicatamente una mano sulla mia spalla troppo tesa, sussurrandomi: «Puoi esistere». Queste parole, insieme a quel tocco, sono state come una folgorazione. Mi sono sentito accolto, non c’era bisogno di essere sempre teso verso qualcosa fuori di me ma potevo rilassarmi, “rilasciare” spazio dentro di me. Ed ecco che prendono vita le parole del Deuteronomio: «Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore» (30,14).

Questa rivelazione si è tradotta, negli anni, in una pratica di vita: imparare a riconoscere e lasciar andare le spinte narcisistiche che separano i desideri dalla realtà e impediscono allo Spirito di dimorare nel corpo. Ed ecco che piano piano si dilata il cuore, si impara giorno per giorno a guardare fuori di sé, a vedere le sfumature dell’altro, ad amare una donna, ad assaporare la vita.

                                                                                Flavio D’Andrea

One thought on “Noi siamo il nostro corpo

  1. Leggendo questo articolo mi è “partito” un turbinio di pensieri. Sono una persona non vedente, e per entrare in relazione ho la necessità di toccare. Era bellissimo, quando ho conosciuto don Valentino, perché davanti a una persona con cui entravamo in contatto, – magari per me era il primo incontro – mi invitava a “fare il Braille”, cioè a toccarle il viso, per conoscerla. Come si può amare senza il corpo? Sto parlando della dimensione “umana” dell’amore, perché gli angeli sono puro spirito, e amano… Ma noi non siamo angeli, né puri spiriti! Gesù si è incarnato, e questo, più o meno, lo sappiamo. Ma forse dimentichiamo – o magari ci conviene dimenticarlo perché è un po’ sconveniete per uno che “dice di essere Figlio di Dio” – che si è lasciato toccare dalle prostitute, ha toccato i lebbrosi… Credo che il cristianesimo perde tutto il suo valore e la sua grandezza quando vuole prescindere dal corpo. Penso a San Francesco, che dopo una vita di maltrattamento spietato riservato al proprio corpo, sia pure per il nobile fine della penitenza e della mortificazione del proprio io, alla fine della vita chiede scusa al proprio corpo. Anche il cammino verso la santità conosce le proprie tappe, i propri ripensamenti… Penso ai mistici, che, parlando del loro rapporto con Gesù, hanno a volte un linguaggio che noi diremmo erotico. Certo, credo che oggi il corpo sia più che mai idolatrato, mercificato, strumentalizzato: dilaga la convinzione di essere liberi nella misura in cui disponiamo del nostro corpo come ci piace, sia concedendolo senza discernimento, sia cedendo alle mode del momento, sia avendone una cura eccessiva illudendosi di esorcizzare così l’invecchiamento e ogni tipo di limite: la malattia, l'”inefficienza”, la disabilità…
    Il corpo, con tutta la sua sensorialità, è la realtà che ci permette di entrare in relazione profonda, con noi stessi, con gli altri, con la realtà che ci circoda e, soprattutto, con Dio.

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